Il Purgatorio

Capitolo XV: L'anima contempla Maria madre di Dio e l'umanità gloriosa di Gesù Cristo




L'anima purgante fu tratta da Maria dal Purgatorio, e la sentì come mamma amorosissima; ma, giunta al Paradiso, la contempla come Regina, nello splendore della sua gloria.

Maria è come tutta ingemmata dai suoi meriti, che in Lei sono fulgente splendore d'incomparabile bellezza. L'anima la vede nella gloria di Madre di Dio, e rifulge ancora in Lei la gloria dello Spirito Santo che la rese Madre del Verbo Umanato, e lo splendore della virtù dell'Altissimo che l'adombrò, perché per la divina maternità, in Essa si adombrò l'eterna generazione del Verbo di Dio.

L'Arcangelo, infatti, nell'annunziarle il mistero dell'Incarnazione del Verbo in Lei, le disse due cose distinte, per rispondere alla difficoltà fattagli da Maria che Essa non poteva avere un figliolo, perché non conosceva uomo. L'Arcangelo le disse che l'avrebbe avuto non da un uomo, ma per opera dello Spirito Santo, e che in quella miracolosa maternità avrebbe adombrata l'eterna paternità di Dio che genera ab aeterno il Verbo Eterno: La virtù dell'Altissimo ti adombrerà.

Nessuno può valutare la gloria di Maria in Cielo per la divina maternità. L'anima la vede, se ne estasia, ne gode, e in quella luce di perfezione altissima e di bellezza incomparabile, intende di più che cosa è la semplicissima gloria di Dio, verso il quale tende con più ardente amore, per possederlo nell'eterna felicità.

Maria nel Cielo è inseparabile dal Figlio suo, perché nel Paradiso non s'infrangono ma si saldano nella divina luce i vincoli dell'amore. Ella siede col suo corpo glorioso alla destra del suo Figliolo, che è alla destra del Padre col suo Corpo glorioso, vincitore della morte. E l'anima contempla l'Umanità di Gesù Cristo nello splendore della sua gloria, ultimo gradino, per così dire, della sua ascesa prima d'incontrarsi con Dio, nella tranquilla gloria della SS. Trinità.

Gesù, anche sulla terra fu il più bello dei figlioli degli uomini, ed amò chiamarsi sempre Figliolo dell'uomo, non solo per affermare che era vero uomo, come era vero Dio, ma per ricordare con divina riconoscenza la Madre dalla quale aveva assunta l'umanità. Egli infatti era solo Figlio di Maria nella sua umanità, concepita senza concorso umano, per opera dello Spirito Santo, e chiamandosi Figliolo dell'uomo, non poteva chiamarsi che Figlio di Maria. Egli volle così sempre glorificare la Madre sua in una perenne riconoscenza, confutando con quell'unica espressione, la misera eresia di quelli che manomettono la gloria della Madre sua.

E’ proprio della regale signorilità di Dio il compensare ogni più piccola cosa che si faccia per Lui dalle sue creature. Ora il Verbo di Dio, fattosi uomo per amore dell'uomo caduto, non poteva non ricompensare Maria di avergli data l'umanità che assunse, e non potette, nella sua vita mortale non riconoscere con regale gratitudine il dono di se stessa che gli aveva fatto Maria col suo mirabile fiat; ecco perché si chiamò: il Figlio dell'uomo, per chiamarsi il Figlio di Maria.

L'anima che ascende a Dio si trova innanzi alla gloriosa Umanità di Gesù'; in Lui l'uomo era sublimato alla più grande altezza, era ricostruito come Dio lo creò nell'Eden, rivestito, non di panni, ma di grazia e di gloria.

Primizia dei dormienti nella morte, che risorgono, Gesù è primizia dei redenti che sono glorificati in Paradiso, cogliendo tutto il frutto della redenzione. In Lui e nella sua Umanità, ipostaticamente unita alla Persona Divina, l'uomo può riconoscersi simile a Dio, non nella orgogliosa tracotanza del peccato, ma nella piena obbedienza a Dio, e nella dedizione a Lui nella piena immolazione di sé. Per questo Gesù conserva nel suo Corpo glorioso le sue cinque piaghe, come cinque soli fulgenti, come cinque saette di amore a Dio ed agli uomini.

In quelle piaghe l'anima vede l'amore che le portò, perché Egli fu crocifisso per tutti e per ciascuno in particolare, come sole che si dona a tutti, e si dona tutto a ciascuno in particolare. Questa sublime visione accende l'anima di un amore intenso, di una riconoscenza profonda, di una umiltà amorosissima, che la prepara all'incontro con Dio, nella semplicissima gloria dell'augusta Trinità.

Com'è bello Gesù nella sua gloria!

Il suo corpo è la più perfetta opera d'arte dell'Amore Eterno, concepito nel seno immacolato dell'unica creatura tutta bella, sviluppato nel suo seno come giglio dei campi, irrorato di celeste rugiada, e carezzato dallo zefiro purissimo dell'Eterno Amore... Com'è bello!

La chioma di oro, gli occhi cerulei fulgenti come stelle nell'espressione di un amore immenso, il corpo purissimo, saettante infinita purezza dal Cuore, aperto nell'amore, dal suo costato. Com'è bello! E’ tutto espressione di carità, è tutto dolcezza, come un favo di miele, perché è tutto amore!...

E’ l'Uomo-Dio, e rifulgono nella sua Umanità e dalla sua umanità gli attributi di Dio, che sono come i raggi della sua bellezza: è potenza onnipotente, ma è tutto bontà; la sua maestà è amore. E’ sapienza infinita che ordinò tutta la creazione, ma il suo penetrante sguardo d'infinita intelligenza è semplicità purissima. Rifulge in quello sguardo la sua dottrina, ma è come una fioritura di stelline del prato, nell'umiltà, e di stelline delle Alpi, nell'altezza incomparabile, come lo fu in terra il suo insegnamento, come lo furono le sue parabole.

Com'è bello! ... C'è in Lui lo splendore dell'amore che lo fece cibo delle anime nel dono Eucaristico, e la sua Umanità: Anima, Corpo, Sangue e Divinità è come vita che si dona, per vivificare l'anima e renderla beata. Il velo della candida Ostia sotto la quale si nascose e si donò in terra, s'è diradato, come il velario di una scena meravigliosa... è l'Eucaristia del Paradiso: il Corpo si dona, l'Anima abbraccia, il Sangue vivifica, la Divinità sublima... Che meraviglia di amore è il Paradiso! ...

Nella luce del « Cantico dei cantici »

L'anima vede Gesù si estasia, ne fruisce, se ne bea, è con Lui, vive del suo amore, vive nel suo amore: è il Cantico dei Cantici nella sua amorosa realtà, che in terra era coperto, come fiore, dai sepali e dalle squame del pallido amore umano, come fiore nascosto nell'umido terriccio dell'esilio, e nel Cielo sboccia purissimo in tutti i suoi colori, e si effonde nel soavissimo profumo dell'amore, che si dona nella felicità delle eterne nozze.

L'anima sospira alla vista di quell’ineffabile bellezza: Mi bacia col bacio della sua bocca, perché sono inebrianti come vino le sue carezze, sono fragranti come gli unguenti più preziosi (Cantico dei Cantici 1, 1-2). In questa ebbrezza di amore l'anima lo chiama: Gesù! Gesù!... Sulla terra lo aveva chiamato tante volte, ma l'armonia del suo grido aveva avuto tante stonature di diffidenza, di esacerbato pianto, di deluse speranze, di timore e di asprezze...

Ora lo chiama: Gesù! E quel nome è come olio sparso, tutto dolcezza che si effonde in lei, tutto carezza di amore... L'anima comprende perché fu amato dalle anime sante, immolate in terra dall'amore, che lo pronunziarono tra le lacrime dell'immolazione: Olio sparso, è il tuo nome, per questo le donzelle ti amarono (Ivi, 3).

Questa constatazione l'accende di amore che glielo fa sospirare: Tirami a te; correrò a te all'odore dei tuoi profumi... E i profumi sono le effusioni della sua bontà, che rifulge dal volto suo maestoso e dolcissimo. L'anima beata è con Lui, lo possiede; è nel suo regno di amore e, piena di soddisfazione, si consola di essere oramai nel suo amore: Il Re divino m’introdusse nei suoi penetrali, ... esulto, mi rallegro, mi ricordo con riconoscenza delle carezze che mi fece in vita, partecipandomi la sua Passione, carezze più inebrianti del vino, perché mi donano ora la gioia di goderlo... L'anima intende appieno la provvidenza amorosa dei dolori e delle prove della vita terrena, e capisce perché le anime rette di cuore lo amarono, e quelle che ancora peregrinano in terra lo amano (cfr. vv. 3-4).

L'anima, purificata dai dolori della vita e dalle espiazioni del Purgatorio, è oramai bella innanzi allo Sposo Divino, il quale si compiace in lei, che ha percorso fedele il cammino della vita terrena, come i destrieri scelti, attaccati al cocchio di Faraone, percorrevano le pianure dell'Egitto, terra che fu di esilio e di pene per il popolo di Dio. Belle sono le tue guance come di tortorella, nella semplicità del tuo amore; sei ornata di meriti come si adorna il collo di una sposa, di monili, ed io ti adorno di gloria, come di pendenti di oro punteggiati di argento...

L'anima si sente gradita allo Sposo Divino; niente più le impedisce di amarlo, si effonde in Lui come profumo di nardo, nella soavità dell'amore, e lo possiede nella gioia del suo spirito: Il mio Diletto è per me un mazzetto di mirra, come un grappolo di Cipro nelle vigne d'Engaddi, come quel fiore a grappoli, perché mi dona in tanti modi, nella pienezza del suo amore, compiacendosi della bellezza della grazia che mi adorna.

Eccoti bella, amica mia, eccoti bella... esclama lo Sposo, il tuo sguardo non ha più ombre di dubbio, sei mia nella semplicità di un amore che non ha riserve... i tuoi occhi sono come occhi di colomba... E l'anima si sente piena di amore, effondendosi in Lui. Eccoti bello, amore mio, pieno di grazia, giglio delle valli, spuntato in terra per me, dolcezza infinita, che ha spiegato sopra di me il vessillo del suo amore, che mi abbraccia e mi sostiene... io languisco di amore! (cfr. 1, 8-15; 2, 1-6). Il mio Diletto è per me, ed io per Lui, ... lo posseggo non lo lascerò più... nulla può disturbare il mio amore... O voce del mio Diletto, o Verbo Eterno che venisti a noi dai monti eterni della tua gloria, ed ora mi ti doni... Oh, gioia di un'eterna felicità... L'inverno della vita terrena è passato, la pioggia delle pene e cessata... Tutto è fiorito... Il mio Diletto è per me ed io per Lui... O gioia di un amore senza ombre... O Paradiso!...

Gli Angeli, i Santi, le anime beate, esultano con l'anima per l'effusione del suo amore, dopo i dolori della vita e dopo la purificazione del Purgatorio: Chi è costei che ascende dal deserto del mondo, dallo squallore del Purgatorio, come nube di fumo, dagli aromi di mirra, per i dolori sofferti, dal profumo d'incenso, per le preghiere elevate a Dio, e da ogni polvere di profumiere, per le virtù praticate in vita, per l'ardente amore avuto nel Purgatorio, amore anelante a Dio? Essa è stata trasportata, vittoriosa, in trionfo, come sulla lettiga che si fece Salomone, circondata da forti armati, ha superato i pericoli della notte della vita terrena, e, per la grazia che l'adorna nel suo trionfo, è come su di un trono di gloria, è come sul trono che si fece Salomone, incorruttibile, come il legno del Libano, elevato per la purezza come su colonne di argento, splendente per amore come dosso di oro, col sedile di porpora, per la fiamma che l'accende di amore, e con la parte di mezzo, del cuore, ricoperto di ciò che è più prezioso, ricoperto come da gemme per i meriti dei dolori sofferti in vita. Così trionfante si è elevata fino a Gesù, al vero Salomone, nella sua gloriosa umanità, che è come il diadema del quale la coronò la Madre sua, Maria, nel giorno del suo sposalizio con l'umanità, quando si fece uomo, nel giorno della letizia del suo Cuore, perché si fece uomo per amore (cfr. 3, 6-11).

L'anima trionfante nella gloria, rapisce il Cuore di Gesù, e quel Cuore divino, che saetta amore dalla ferita, si effonde in Lei elogiandone la bellezza, ed esclama: Quanto sei bella, o amica mia, quanto sei bella! L'anima lo guarda con semplicità amorosa, con profonda umiltà, ma raggiante di amore, come coperta da un velo che la rende più bella, e lo Sposo Divino se ne compiace: i tuoi occhi di colomba, dietro il tuo velo. I tuoi pensieri amorosi, quasi chioma del tuo spirito, come i capelli che adornano il capo; sono pieni di pace, come greggi che riposano sul monte di Galaad, alla brezza del sole. Sei tutta desiderio di amore, tutta ricca di meriti, tutta sospiri di carità, come di parole accese e dolcissime, tutta dedizione di carità...

Sei tutta bella, o sposa mia, e non v'è in te macchia alcuna. Sei tutta purificata, vieni, sarai coronata, vieni, hai superate le prove, hai vinto i nemici dell'anima tua, che come leoni e come leopardi ti assalirono in vita. Vieni, tu hai ferito il mio Cuore, o sorella mia sposa. Vieni, l'olezzo dei tuoi profumi di virtù e di grazia, sorpassa tutti gli aromi. Il mondo non può perderti più, non può penetrarti più la sua miseria; sei orto chiuso, sei fonte sigillata, sei tutta profumi di virtù e di amore.

L'anima riconosce ogni sua bellezza da Gesù, perché Egli dà alle sue creature l'acqua che zampilla fino alla vita eterna.

Tu sei fontana dei giardini, pozzo inesauribile di acque vive che ha fatto fiorire il mio orto chiuso, che è scaturita nel mio cuore (cfr. 4, 13-14). Se ti compiaci di me, vieni a raccogliere quello che è tutto dono della tua grazia.

E Gesù raccoglie infatti dall'anima i frutti della grazia divina, raccoglie la mirra sua, i dolori che Egli soffrì per lei, e che l'hanno fatta bella; raccoglie i suoi aromi, perché Egli col suo amore la profumò di grazia; raccoglie nel suo Cuore Divino l'anima come favo di miele, per la dolcezza della carità che Egli le ha data, e la raccoglie tutta amore, quasi vino che inebria, la raccoglie come latte suo, perché Egli l'ha nutrita di Sé con l'Eucaristia e l'ha fatta bella (cfr. 5, 1).

L'anima ricorda le proprie infedeltà, per amarlo di più, ricorda i momenti nei quali Gesù le si eclissò, per purificarla. Gesù tante volte picchiò al suo cuore, tante volte le si mostrò appassionato: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perché il mio capo è pieno di rugiada, e i miei riccioli di gocce notturne, cioè: Mi feci uomo per te, e raccolsi i dolori della notte del mondo per adornarti... Ma l'anima tante volte non rispose al suo amore. Gesù le si fece sentire, passò la sua mano per lo spiraglio, toccandola nel cuore, per l'unico spiraglio per il quale poteva ancora entrare in lei: per la compassione dei suoi dolori. L'anima si commosse, si addolorò, volle aprire a Gesù come con mani stillanti mirra, pianse... Ma Gesù per purificarla si eclissò, e l'anima lo cercò, lo chiamò, ma Egli non rispose. L'anima, nella sua notte oscura si senti maltrattata dalle guardie della città di Dio, dai Sacerdoti che non la compresero, che la giudicarono sbandata, fantastica, stolta, mentre essa languiva di amore, e pregava le anime sante della celeste Patria ... : Vi scongiuro, o figlie della Gerusalemme celeste, dite voi al mio diletto che io languisco di amore, perché anelo solo al suo amore nelle mie tenebre (cfr. 5, 2-8).

L'anima è tutta purificata dalle sue passate infedeltà, frutto di incoscienza, perché non conosceva la bellezza dell'amore di Gesù, perché era distratta dalle cure della vita mortale. Ora lo vede, lo possiede, lo ama, senza ombre, come unico bene: Il mio Diletto è candido e vermiglio; candido nella luce della sua gloria più che sul Tabor, vermiglio per le sue piaghe di amore, eletto fra mille e mille, unico suo bene. Il suo capo è oro finissimo... I suoi occhi sono come colomba sui rivi d'acqua, perché effondono grazia. Le sue guance sono come aiuole di aromi, perché spirano dolcezza, le sue labbra sono gigli, perché effondono purezza; le sue mani sono bellissime, come fatte al tornio, sono d'oro, piene di grazia, piene di giacinti rubicondi, per le loro ferite. Il suo petto e d'avorio, smaltato di zaffiri, per il suo Cuore che vi spicca dall'aperta ferita. Le sue gambe sono erette come colonne di marmo su piedistalli di oro, come colonne di un Tempio nella sua maestà, perché il suo corpo è Tempio fulgente della gloria del Padre. Il suo aspetto e come quello del Libano, perché è di un'altezza di maestà incomparabile, è eccellente come i cedri, perché stende le sue braccia come rami fioriti, per la sua carità che abbraccia tutti nel suo amore: la sua bocca e tutta dolcezza, ed Egli e tutto amabile (cfr. 5, 10-15).

L'anima nel contemplare l'Umanità gloriosa di Gesù, ,ne contempla l'amabilità infinita, e misura il suo amore da quello che S. Paolo chiama le dimensioni della carità (Efesini 3, 8-19): l'altezza, la profondità, la larghezza e la lunghezza. Sono queste, dice S. Paolo, le dimensioni della carità dei fedeli, nella vita interiore, vivificata dallo Spirito Santo: l'altezza, perché poggia in Dio; la profondità, perché discende alle creature più povere; la larghezza, perché abbraccia tutti; la lunghezza, perché dura sempre, costante in ogni tempo. La carità di Gesù Cristo, soggiunge S. Paolo, sorpassa ogni conoscenza, ed ha perciò in modo eminente queste dimensioni, che incantano l'anima: l'altezza, perché discese dal Cielo per infinito amore; la profondità, perché si fece uomo, e raccolse su di Sé i peccati dell'uomo per redimerlo; la larghezza, perché abbracciò tutti con infinita misericordia, senza discriminazione alcuna; la lunghezza, perché si estende in tutti i secoli, e dura nell’eternità per le anime salvate.

Queste dimensioni del suo amore erano adombrate nella Croce stessa, sulla quale donò la sua vita, per la gloria di Dio e per la salvezza dell'uomo. La Croce infatti col suo ramo superiore era rivolta verso il Cielo, quasi antenna che trasmetteva a Dio l'ineffabile riparazione e l'ardente amore del Figlio suo, immolato per la sua gloria. La Croce era piantata sulla terra col suo ramo inferiore, per effondere i tesori della carità del Cuore di Gesù sulla terra e sugli uomini che Egli redimeva. L'asta trasversale era come due braccia aperte nella carità, e su di essa infatti si aprirono le braccia di Gesù, in una carità che era un amplesso di misericordia e di pace. Le sue braccia erano rivolte all'Oriente ed all'Occidente, perché l'amor suo si estendeva a tutti gli uomini ed a tutti i secoli, e si estendeva fin nei secoli eterni.

Cristo - esclama S. Paolo - ieri, oggi e nei secoli, e la sua carità non termina mai: ieri sulla Croce, oggi nell’Eucaristia, nei secoli per l'eterna gloria che dona alle anime.

E’ questo il mistero di amore che l'anima contempla nell'Umanità gloriosa di Gesù, per cui lo sente suo e si sente sua senza ostacoli, perché è tutta pura come campo di gigli, e l'amore di Gesù è tutto effuso in lei, compiacendosi di lei, tutta profumi di grazia, e tutta pura: Il mio Diletto è disceso nel suo giardino, nell'aiuola degli aromi, a pascersi nel giardini, ed a cogliere gigli. Io sono per il mio Diletto, e per me è il mio Diletto che si pasce fra i gigli (Cantico dei cantici, 6, 1-2).

L'anima alla presenza di Dio

L'anima contemplando l'Umanità di Gesù, Figlio Eterno di Dio, ascende per Lui a Dio Uno e Trino, e si trova come immersa in quel semplicissimo oceano di verità. Lo vede faccia a faccia, come è; è tutta avvolta dalla sua luce, come cristallo inondato dal sole, o come specchio che, pur essendo piccolo e limitato, splende come sole. Quale mirabile sorpresa di amore! L'anima non si trova nel tempo ma nell'eternità, non guarda al passato od al futuro, ma si trova innanzi all'Eterno, tutto in atto, tutto presente; è accolta da Lui nella felicità, secondo la propria capacità ma, piccola o grande, è tutta ripiena della sua gloria, ed è tutta in Lui.

Dio, Dio!... Lo conobbe per fede, lo riconobbe nelle opere della sua potenza, della sua sapienza e del suo amore, lo confessò, lo amò, per non rimanere smarrita nelle tenebre, ma ora lo vede, lo possiede e lo ama. Che gioia!...

Dio!... Il mondo lo conobbe tra le aberrazioni della povera ragione umana, se lo immagini tra gli idoli degli uomini e le caricature di satana. Le idee che gli uomini si formarono di Dio, furono come sgorbi che pretendevano essere disegni, e gl'idoli, nell'orrore delle loro figure presso i feticisti, o nelle forme della umana nudità, o della materiale bellezza, come presso i Greci ed i pagani, furono come sataniche caricature di Dio. Satana nel suo odio contro Dio, non potendone sopprimere l'idea negli uomini, la rese o orribile o fantasiosa, o relegata tra le turpitudini dell'impurità, o assimilata alle misere proporzioni delle umane membra. Dove vide che gli uomini guardavano al sole, alla luna, alle stelle, per impedire che andassero alla idea del vero Dio oltre il firmamento, li arrestò nell'adorazione degli astri, e li fermò sul sole, sulla luna e sulle stelle... Che pena!...

Caduti gl'idoli nella parte del mondo illuminata dal Cristianesimo, tra fiumi di sangue, satana che subdolamente si faceva adorare in tutti gl’idoli, tentò prima di conservare il suo stupido dominio, spegnendo con le persecuzioni, con i tormenti, con le morti crudeli, le voci di amore che predicavano e confessavano la realtà di Dio. Ma quando vide che i tormenti e la morte rendevano più vive quelle voci, s'insinuò tra le misere concezioni dell'umana ragione, e con gli errori e le eresie, tentò di offuscare la verità tra le nebbie soffocanti dell’orgoglioso pensiero dell'uomo, che si credeva capace di leggere nei riflessi del suo interiore pantano, i luminosi riflessi dell'eterna Luce e dell'eterna verità. Gli errori contro la fede spuntarono fin dal principio dell'era cristiana, come funghi velenosi sugli alti pioppi della verità.

Dalla foschia della terra alla luce della Verità

La Chiesa fu inflessibile custode della verità, ma vide stragi di anime in luogo delle stragi dei corpi come nelle prime persecuzioni, e progredendo l'insidia diabolica, vide stragi di anime e stragi di corpi. Oggi, nel Comunismo scellerato, satana tenta di sopprimere ogni idea di Dio, e nel protestantesimo invadente, tenta di sfigurare il Cristo, come chi pretende, con stolte pennellate, di sfigurare un quadro mirabilmente artistico; spezzando i tralci della vita vera, col rinnegamento della Confessione, dell'Eucaristia, della Madonna, muta le anime in miseri sterpi infecondi, destinati al fuoco, e insorge contro Maria, come già disse Dio nell'Eden: Porrò inimicizie tra te e la donna, e tu insidierai al suo calcagno.

Anche l'anima più semplice ed ignorante passò nella vita terrena, sia pure inconsciamente, tra questi miasmi diabolici, e se non ne fu soffocata interamente, ne rimase turbata senza accorgersene.

La semplicità della fede in molte anime è perduta, perché l'atmosfera del mondo è attossicata dalla stampa perversa e dalla subdola propaganda di errori. C'è in tante anime un certo astio nascosto contro Dio e la sua provvidenza, per cui in ogni dolore lo riguardano come responsabile, e giungono sino all'orrore della bestemmia. Serpeggia in tante anime il veleno del dubbio, insinuato da satana, che le fa, a dir poco, rimanere perplesse sulla realtà amorosa di Dio, attratte dalla corrente degli errori, e dalle aberrazioni del vizio, a fermarsi solo nella vita materiale.

L'anima passò dalle tenebre della vita alla luce della verità, per la morte. Si trovò nella realtà della vita eterna, nell'evidenza della realtà, e, tutta macchiata di colpe constatò nel Purgatorio la realtà di Dio, ma la vide come amorosa giustizia e misericordia, che per donarsi a lei doveva purificarla. Non ebbe astio ma amore nei tormenti della purificazione, ma non potette avere la gioia dell'infinita felicità. Ora, purificata completamente, orientata nella sua ascesa a Dio dalle mirabili visioni del Paradiso, accolta da Maria, ebbra di amore per la visione dell'Umanità di Gesù, sposa sua, ascende per Lui a Dio, a Dio nella sua infinita realtà, tutta in atto, tutta presente, tutta amore, tutta, ineffabile bellezza, ed adorandolo, tutta accesa di amore, lo chiama: o infinita Verità, o infinita Sapienza, o infinito Amore!...

Sulla terra lo chiamò con una parola sola: Dio, Dio mio, ma era parola generica, usurpata da satana per gl'idoli.

Gli Ebrei lo chiamarono El-Elyòn, El-Shaddai, cioè l'Altissimo, l'Onnipotente; Dio stesso si chiamò: Colui che è, Yahweb, la causa di tutti gli esseri, lo stesso essere, infinito ed eterno. Fu invocato dagli Ebrei come Dio degli accampamenti d'Israele, Dio degli eserciti: Yakweb élohé Sabaotb, e presso i Profeti con la stessa espressione: Dio dei corpi celesti, quasi eserciti della sua potenza schierati nel Cielo, Dio degli Angeli, meravigliosi eserciti della sua gloria, strumenti e manifestazione della sua onnipotenza... Dio fu invocato: Adonai, Signore, per significare il suo supremo dominio su tutto.

Nel Nuovo Testamento è chiamato Padre, Abba, Pater; è riconosciuto Re supremo, Principio e fine di tutte le cose, con un'espressione greca: Alpha et Omega, la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco.

L'anima nel vederlo, col lume della gloria che ne rafforza lo sguardo dell'intelletto e la rende capace di vederlo faccia a faccia come è, lo adora nella sua Essenza e nelle sue Persone, e sospirando a Lui, lo chiama: Amore, amor mio, nell'amplesso del suo infinito amore.

Lo chiama nel congiungersi a Lui, e lo contempla per quello che è: lo stesso Essere sussistente, secondo la parola stessa di Dio: Ego sum qui sum, Io sono colui che sono, Colui nella cui essenza è l'essere. Perché è l'Essere sussistente, è semplicissimo e perfettissimo, poiché Colui che è lo stesso Essere sussistente, ha tutta la perfezione dell'essere, e perciò contiene tutte le perfezioni nella sua semplicissima natura, è in Sé il Sommo bene, è la stessa infinità, l'immutabilità, l'eternità, l'unità, l'intellezione, l'onnipotenza, le beatitudine.

L'anima è immersa in un mare di felicità, e vede la realtà della fede, che ebbe in vita solo come un barlume, nell'assenso che diede alla fede della Chiesa: Credo tutto ciò che crede ed insegna la Santa Madre Chiesa Cattolica, Apostolica. La fede della Chiesa sulla natura di Dio, proclamata dal Concilio Vaticano I, che l'anima ebbe per l'unione e la sottomissione sua a quello che la Chiesa insegna, magari senza darsene conto, è la luce che la illumina nello splendore della realtà, e rende la sua fede un godimento ineffabile.

Il Concilio Vaticano I (Sess. III, cap. I ecc.) così si espresse infallibilmente: La Chiesa confessa che vi è un solo Dio, vivo e vero... onnipotente, eterno, immenso, incomprensibile, infinito per l'intelletto, la volontà e per ogni perfezione, il quale, essendo una, singolare, semplicissima e incommutabile sostanza spirituale, deve confessarsi nella sua realtà ed essenza, distinto dal mondo.

E’ un fiotto di luce mirabile, innanzi al quale spariscono le stupide nebbie del panteismo, e delle eresie che confondevano Dio col mondo, e lo rendevano un essere indeterminato, senza personalità, e, praticamente come un'idea vaga, senza reale consistenza. L'anima lo vede nella sua realtà, vivo e vero, lo contempla nelle sue infinite perfezioni, unica verità, unica realtà, innanzi alla quale tutte le creature sono come un nulla, piccole faville che non possono confondersi con Lui. Lo vede nella sua infinità: Egli è, l'Essere sussistente che ha in Sé l'essere e la ragione dell'essere, è semplicissimo, è perfettissimo, è sommo bene perché è lo stesso essere, ed è perciò il cumulo di ogni perfezione.

Come l’assioma matematico ha in sé, per così dire, l'essere e la ragione del suo essere, e la sua perfezione non è distinta dal suo essere, perché è nei termini stessi della sua esistenza, semplice nell'evidenza della verità, così Dio appare all'anima come un infinito assioma, che ha in Sé l'essere e la ragione del suo essere in una semplicità infinita, in una perfezione infinita nella semplicità che dà all'anima la possibilità di uno sguardo di amoroso godimento che non si esaurisce mai, e la rende contemplante in una gioia amorosa di quelle infinite perfezioni che accendono il suo amore.

Quello che fanno i Teologi considerando gli attributi di Dio in modo distinto, per formarsene un'idea, pur non essendo essi che una cosa con l'essenza di Dio, e quello che fanno i mistici, contemplando singolarmente gli attributi e le perfezioni di Dio, per infiammarsi del suo amore, lo fa l'anima fruendo di Dio in un godimento ineffabile, che comprende ogni soddisfazione, ogni godimento, ogni diletto, ogni gioia.

Chi vede uno spettacolo naturale, per es. il sorgere del sole, lo vede sempre in un modo diverso, e ne gode sempre in un modo nuovo. L'anima vede Dio in un modo che glielo fa sempre più contemplare ed amare, e che è sempre per lei come uno spettacolo nuovo, un godimento ineffabile, un satollarsi di amore. Lo vede nella sua semplicità, senza alcuna composizione, incorporeo, puramente spirituale, spirito infinito, purissimo, perfettissimo, di modo che in Lui non c'è composizione dell'essenza e degli attributi.

Noi diciamo delle creature umane che hanno la vita, la sapienza ecc. ma Dio è la stessa sapienza, la stessa vita, la stessa verità, la stessa luce, la stessa purità, di modo che l’anima non lo contempla come chi vede un oggetto nelle sue proprietà artistiche, ma è come immersa in un infinito oceano di sapienza, di vita, di verità, di luce e di purità. Nel contemplare l'infinita perfettissima semplicità, l'anima ne contempla l'immutabilità, sia quanto alla sostanza, sia quanto alla cognizione ed alla volontà. Tutto conosce e non può conoscere nulla di nuovo, perché tutto conosce e tutto ha decretato dall’eternità con la sua divina Volontà. L'anima lo contempla eterno, senza principio e senza fine, perché Dio ha in Sé l'essere sussistente e la ragione dell'essere, tutto in atto presente, senza passato e senza futuro, immenso, perché presente in tutte le cose ed in tutti i luoghi, giacché tutto conosce, tutto sostiene con la sua potenza, tutto abbraccia con la sua essenza. L'anima lo contempla infinito, assolutamente infinito, perché ha la pienezza dell'essere e la pienezza delle perfezioni. Lo contempla santissimo, misericordioso, giustissimo in ogni sua disposizione, provvidentissimo perché ha cura di tutto, anche delle più piccole cose, infinito amore che tutto vede e a tutto provvede, anche quando a noi sembra che lasci in abbandono certe sue creature.

Oh, come siamo meschini sulla terra!

Sulla terra siamo tanto meschini nel giudicare la Divina Provvidenza, perché ignoriamo i fini del divino amore in ogni creatura; ma quando l'anima vede Dio nell'infinita sua carità, allora intende le delicatezze della sua provvidenza che ordina tutte le sue creature ragionevoli all'eterna salvezza, e tutte le creature materiali in un ordine perfetto, che solo nel Paradiso si può conoscere e contemplare. Oh, come sono meschine le nostre idee su di Dio e sulla sua provvidenza, quando viviamo nella terra! Oh, come sono piccole e stolte le stesse cognizioni della scienza umana, che tanto si gonfia nei suoi pensieri e nei suoi successi!

Chi non ha sentito dire, per es., che la matematica è la scienza esatta, che non può errare, e dà assoluta certezza? I libri dei matematici sembrano trascendere l'opinione personale dell'autore stesso, ed appaiono scritti con una rigorosa obiettività. Eppure oggi si riconosce con rammarico che il numero degli errori nei quali i matematici sono incorsi, è davvero stupefacente. Il matematico belga Lecat ne pubblicò una raccolta, dalla quale si deduce soltanto la povertà e la miseria dell'intelletto umano, che tante volte, come satana, osa levarsi contro Dio, fino a negarne l'esistenza! (Vedi articolo di Alcide Lari sul « Popolo », 18 maggio 1959).

La teoria della gravitazione universale riguardata come un dogma scientifico, per le ultime scoperte fatte nelle altezze dell'atmosfera, appare anch'essa errata. E se questo avviene in rami di scienza che si credevano infallibili, che cosa non avviene in tutta la povera scienza umana?

Gli idoli eretti dall'orgoglio umano cadono ad uno ad uno sulla terra, e cadono tutti innanzi all'infinita maestà di Dio, quando l'anima ne contempla la realtà, le perfezioni e la gloria. Non ci appare il mondo, mentre viviamo sulla terra, un ammasso di disordini, di ingiustizie, di cieche fatalità, di irruenti fenomeni, che hanno i caratteri del capriccio incosciente? Eppure l'anima contemplando Dio nei suoi divini attributi e nella sua sapientissima provvidenza, ne scorge tutto l'ordine, ne approfondisce le ragioni, ne riconosce la mirabile armonia.

Non c'è un atomo solo che possa riguardarsi come un disordine; anche nell'ordine morale, nel quale Dio rispettando la umana libertà, permette tanti mali; l'anima vede il fine e l'ordine delle permissioni divine, e vede che tutto è amore.

Oh, non sembrano disordini e disarmonie ributtanti le vicende della coltivazione di un campo, per chi ne ignora le finalità?... Qui sono alberi torturati dalla potatura, che ha tutto l'aspetto di un massacro. Là sono cumuli di immondizie e di sterco, che sembrano orrori del campo. La terra stessa è zappata e rimossa in tanti solchi che sembrano all'incosciente, uno sfregio alla natura... Eppure tutto è ordine mirabile della divina provvidenza: la potatura rinnova la vita degli alberi; le immondizie e lo sterco diventano concimi preziosi, che li rinvigoriscono e li alimentano, rendendoli capaci di fiorire e di fruttificare, e nei solchi si gettano i semi che sboccano e riempiono il campo di messi.

Chi può capire la bontà di Dio in tutto l'universo, e molto più in tutte le vicende della nostra vita? L'anima beata è nella piena luce, e perciò non può che adorare ed amare. Quale gioia e quale felicità !...

Perché non facciamo sulla terra, nella nostra vita mortale, quello che faremo nell'eternità? Perché, invece di lamentarci di Dio, non ci uniamo alla Divina Volontà, adorandola, e raccogliendo messi di meriti che ci daranno in Cielo una gloria più grande?

O mio Dio, o infinita Carità, io ti benedico e ti adoro in tutte le pene della mia vita!...

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