Il Purgatorio

Capitolo 1-9: Pene del Purgatorio - Il religioso ammalato.

Pene del Purgatorio - Il religioso ammalato. - Durata d'un quarto d'ora al Purgatorio. - Il fratello Angelico. - Una religiosa defunta e la beata Quinzioni.- L'imperatore Maurizio.




Ciò che ancora dimostra il rigore del Purgatorio è che il tempo più breve ivi sembra lunghissimo. Tutti sanno che presto passano i giorni della gioia e sembrano corti, mentre ci torna lunghissimo il tempo del patire. Oh! quanto lentamente scorrono le ore della notte per i poveri infermi che le passano nell'insonnia e nei dolori! Oh! quanto sembrerebbe lungo un minuto, se durante questo minuto si dovesse tener la mano immersa nel fuoco! Si può dire che più intense sono le pene che si soffrono, e più lunga sembra la minima durata. Questa regola ci dà un nuovo mezzo d'apprezzare le pene del Purgatorio.

Negli annali dei Frati Minori, sotto l'anno 1285, si trova il seguente fatto. Un religioso, che da lungo tempo soffriva una dolorosa malattia, si lasciò vincere dallo scoraggiamento e supplicò Dio di farlo morire per esser liberato dai suoi mali. Non pensava che il prolungamento della sua malattia era una misericordia di Dio, che con ciò voleva risparmiargli le più rigorose sofferenze.

A risposta della sua preghiera, Dio incaricò il suo angelo custode di offrirgli la scelta, o di morire immediatamente e sostenere tre giorni di Purgatorio, o di continuare per un anno ancora nella sua malattia e poscia andare direttamente al Cielo. L'infermo non esitò, e scelse i tre giorni di Purgatorio. Morì dunque all'istante ed andò al luogo d'espiazione.

Dopo un'ora venne a visitarlo nei suoi patimenti il suo angelo. Vedendolo, il povero paziente si lamentò perché l'avesse lasciato si lungo tempo nei suoi supplizi. «Eppure, aggiunse, mi avevate promesso che non vi sarei stato che tre giorni. - Quanto tempo, domandò l'angelo, pensate voi d'aver già patito? - Almeno parecchi anni, rispose, ed io non doveva soffrire che tre giorni. - Sappiate, riprese l'angelo, che non è che da un'ora che vi trovate qui. Il rigore della pena v'inganna circa il tempo, facendo che un istante vi sembri un giorno, ed un'ora degli anni. ­ Ohimè! disse allora gemendo, ben fui cieco, ben imprudente nella scelta che feci. Pregate Dio, mio buon angelo, che mi perdoni e mi permetta di ritornare sulla terra. Sono pronto a soffrire le più crudeli malattie non solo per un anno, ma per tutto quel lungo tempo che a lui piacerà. Piuttosto dieci anni di dolorose malattie che un'ora sola in questo soggiorno d'inesprimibili torture».

Il seguente fatto è tolto da un pio autore citato dal P. Rossignoli. Due religiosi d'eminente virtù vicendevolmente si eccitavano a condurre la più santa vita. Uno di essi s'infermò, e per visione conobbe che ben presto morirebbe, che sarebbe salvo, e che solo rimarrebbe in Purgatorio fino alla prima messa che si celebrerebbe per lui. Pieno di gioia a questa notizia, s'affrettò di farne parte al suo amico, e lo scongiurò di non tardare dopo la sua morte a celebrare la messa che doveva aprirgli il Cielo.

Morì l'indomani mattina, ed il suo santo compagno, senza perder tempo, andò ad offrire per lui il divin sacrifizio. Finito questo, facendo il suo ringraziamento e continuando a pregare per il defunto, questi gli apparve raggiante di gloria; ma con amichevole lamento gli domandò perché aveva tanto differito a celebrare quella sola messa di cui aveva bisogno. - «Mio fortunato fratello, rispose il religioso, ho tanto differito, voi dite? Non vi capisco. - Eh! non mi avete forse lasciato partire più di un anno, prima di dir la messa per me? - Fratello mio, vi dico il vero, subito dopo la vostra morte cominciai il santo sacrifizio: non vi fu l'intervallo di un quarto d'ora». Allora il beato esclamò: «Oh! quanto dunque son terribili queste pene espiatrici, dacché mi fecero credere lunghissimo tempo il breve spazio di alcuni minuti! Servite Dio, fratel mio, con esatta fedeltà onde evitare siffatti castighi. Addio; io volo al Cielo, ove ben presto verrete a raggiungermi».

Questo rigore di giustizia riguardo alle anime più ferventi, si spiega colla infinita santità di Dio che scopre macchie in ciò che a noi si presenta di più puro. Gli annali dell'Ordine di S. Francesco parlano d'un religioso per la sua eminente pietà soprannominato l'Angelico. Morì santamente in un convento dei Frati Minori a Parigi, ed uno dei suoi confratelli, dottore in teologia, persuaso che dopo una vita sì perfetta fosse andato diritto al Cielo e che Don avrebbe abbisognato di preghiere, omise di celebrare per lui le tre messe d'obbligo secondo lo statuto per ogni defunto. Dopo alcuni giorni, meditando, passeggiava in un luogo solitario, quando a lui si presentò il defunto, tutto circondato di fiamme, e con voce lamentevole gli disse: «Caro maestro, vi scongiuro, abbiate pietà di me! - Ecchè! fratello Angelico, abbisognate del mio soccorso? - Io sono ritenuto nel fuoco del Purgatorio, ed aspetto il frutto del santo sacrifizio che tre volte dovevate offrir per me. - Amatissimo fratello, credetti che già foste in possesso della gloria. Dopo una vita fervente ed esemplare come la vostra, non potei immaginare che vi rimanesse qualche pena da scontare. - Ohimè! ohimè! riprese il defunto, nessuno crederebbe con quale severità Iddio giudica e punisce la sua creatura. L'infinita sua santità scopre nelle migliori nostre azioni dei lati difettosi, imperfezioni che a lui dispiacciono. Si fa render conto fino all'ultimo quattrino: usque ad novissimum quadrantem».

Nella Vita della B. Stefanina Quinzioni, religiosa domenicana, si parla d'una suora, chiamata Paola, che morì nel convento di Mantova, dopo una lunga vita, santificata colle più eccellenti virtù. Il corpo era stato portato alla chiesa e, scoperto, collocato nel coro in mezzo alle religiose. Durante l'ufficio, la B. Quinzioni si era inginocchiata presso la bara, a Dio raccomandando la defunta, a lei stata carissima; quando quella tutt'ad un tratto, lasciando cadere il crocifisso postole fra le mani, stende il braccio sinistro, e pigliata la mano destra della beata, strettamente la serra, come farebbe un'inferma che nell'ardore della febbre chiede soccorso ad un'amica. Per un tempo considerevole la tenne stretta, poscia ritirò il braccio, che inanimato ricadde nella bara. Le religiose, stupite per questo prodigio, ne domandarono la spiegazione alla beata. Rispose che, quando la defunta le serrava la mano, una voce non articolata le aveva parlato nel fondo del cuore, dicendo «Soccorretemi, mia sorella, soccorretemi nei terribili supplizi che patisco. Oh! se sapeste la severità del Giudice che vuole il nostro amore! Quale espiazione esige pei menomi falli prima d'ammetterci alla ricompensa! Se sapeste quanto bisogna essere puri per veder la faccia di Dio! Pregate, pregate e fate penitenza per me, che più non posso aiutarmi».

La beata mossa dalla preghiera della sua amica, si abbandonò ad ogni sorta di penitenze e d'opere soddisfattorie, finché una novella rivelazione le fece conoscere che suor Paola era finalmente liberata dai suoi supplizi ed ammessa alla gloria. Riferisce la storia che l'imperatore Maurizio, ad onta delle sue buone qualità che l'avevano reso caro a S. Gregorio Magno, sul finire della vita commise un fallo considerevole e l'espiò con una esemplare penitenza.

Avendo perduto una battaglia contro il re degli Avari, ricusò di pagare il riscatto dei prigionieri, sebbene per testa non si chiedesse che la sesta parte d'un soldo d'oro, il che faceva meno d'una lira di nostra moneta. Questo sordido rifiuto fece montare in tale collera il barbaro vincitore, che tosto fece trucidare i soldati romani in numero di ben dodicimila. Allora l'imperatore conobbe il suo fallo, e tanto vivamente lo sentì che inviò denaro e ceri alle chiese principali ed ai principali monasteri perché vi si pregasse il Signore di punirlo piuttosto in questa che nell'altra vita.

Queste parole furono esaudite. L'anno 602, avendo voluto obbligare le sue truppe a passar l'inverno al di là del Danubio, con furore si ammutinarono, cacciarono il loro generale Pietro, fratello di Maurizio, e proclamarono imperatore un semplice centurione di nome Foca. La città imperiale seguì l'esempio dell'armata. Maurizio fu obbligato a fuggire di notte, dopo aver abbandonato tutte le insegne della sua potenza, che altro non facevano che spaventarlo. Tuttavia fu ancora riconosciuto. Fu arrestato colla sua moglie, con cinque suoi figli e le tre figlie, ossia tutti i suoi figliuoli, ad eccezione del maggiore di nome Teodosio, che già aveva fatto coronare imperatore e che per allora sfuggì al tiranno. Maurizio ed i cinque suddetti figli furono senza pietà sgozzati vicino a Calcedonia. La carneficina cominciò dai giovani principi, fatti morire sotto gli occhi di quel padre infelice, che non si lasciò sfuggire una sola parola di lamento. Pensando alle pene dell'altra vita, si stimava fortunato di poter soffrire nella vita presente; e durante tutta la strage, dalla sua bocca non uscirono che quelle parole del salmista: Signore, giusto voi siete e retti sono i vostri giudizi (Salmo 118).

Fonte: www.preghiereagesuemaria.it

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