Il Purgatorio

Il Purgatorio nella rivelazione dei santi - Capitolo VIII: LE GIOIE DEL PURGATORIO




Motivi di conforto nella pena

A chi domanda se insieme a tanto dolore può esservi gioia e conforto in Purgatorio, risponderemmo volentieri col Poeta, rapito dal canto di Casella Lo mio Maestro, ed io, e quella gente Ch'eran con lui, parevan sì contenti Com'a nessun toccasse altro la mente. (Purg., II, 115, segg.). Se il solo canto di Casella bastava a ricolmar di gioia le anime dei trapassati, condannate alle pene del Purgatorio, cosa dovremmo dire di altri e assai più forti motivi che quelle anime hanno di rallegrarsi? Gli autori che trattano del Purgatorio si dividono in due schiere, a seconda del modo sotto cui considerano quel carcere di dolore. Gli uni, dominati dall'idea di allontanare gli uomini dal peccato spaventandoli, hanno insistito sul rigore dei castighi mostrandoceli simili in tutto a quelli dell'Inferno, salvo la disperazione dell'anima e la eternità delle pene; gli altri, più sensibili dal lato morale, si sono occupati specialmente dei sentimenti dai quali son dominate quelle anime in mezzo alle loro indicibili sofferenze, e sotto questo rapporto dimostrano tutto esser luce in quel baratro del dolore. Tuttavia, non potendo concludere da tutto ciò che fra gli autori vi sia contraddizione, per formarsi un'idea esatta di quel regno del dolore, bisogna considerarlo contemporaneamente sotto ambedue i rapporti, facendo la sintesi di essi e trattandoli insieme esaurientemente. Noi abbiamo già parlato a lungo delle pene, ora rimane a trattare delle gioie del Purgatorio.

Confermati in grazia

La prima gioia di quelle anime è di sentirsi confermate in grazia, e quindi sicure della loro eterna salute e nella felice impotenza di più peccare, mentre per un'anima veramente cristiana, finche vive su questa terra, non v'è croce più pesante che l'incertezza della sua eterna sorte. Angosciosa incertezza, che amareggia la vita quaggiù, e fa sospirare il giorno in cui - a Dio piacendo - sarà dissipata, mentre contemporaneamente fa temere quel giorno, che può rappresentare il principio di una tremenda certezza! Quando noi in una meravigliosa notte stellata solleviamo gli occhi alla volta celeste, che, secondo l'espressione del Salmista; non è che lo sgabello del trono di Dio, e pensiamo che oltre quegli spazi senza limiti vi è il trono del Signore, il soggiorno di Gesù, della Vergine e dei Santi, e che là dovrebb'essere il nostro posto assegnatoci fin dal giorno del battesimo, e là dovremo un giorno vivere eternamente felici con Dio e co' suoi Santi, sentiamo sollevarci lo spirito e il povero nostro cuore struggersi dal desiderio e dall'amore; ma mentre pregustiamo di quelle gioie, ecco una voce che dall'intimo della coscienza ci grida che forse non arriveremo lassù, che forse non saremo fedeli in tutta la nostra vita, forse non persevereremo nel bene e quindi demeriteremo quel gran premio? Oh! come allora il cuore ci si stringe e quanta amarezza proviamo in mezzo a questo dubbio! Allora la nostra mente scende ad investigare la coscienza, e scoprendo tanti falli che commettiamo ogni giorno per quella tendenza malvagia, che è insita nell'uomo, siamo costretti a dubitare della nostra sorte futura: e dire che se arriveremo a salvarci sarà solo in grazia della misericordia infinita di Dio. Per le anime purganti invece la cosa va ben diversamente: per loro tutto è finito e finito felicemente. Sanno di scontare la pena dei peccati passati, sanno che non peccheranno mai più, hanno la certezza che il loro avvenire è assicurato e che, spente un giorno quelle fiamme espiatrici, incomincerà per loro l'eterna beatitudine. Questa gioia vera e sublime deve compensare largamente tutte le pene di quel carcere, e diremo col P. Faber, che vorremmo occupare uno degli ultimi posti in quel soggiorno di sicurezza, piuttosto che fruire di tutti i godimenti incerti e fallaci di questo mondo. La storia della Chiesa di Polonia ci fornisce un episodio, di cui alcuni particolari comprovano quanto stiamo asserendo. Nell'anno 1070 era vescovo di Cracovia San Stanislao, contro il quale il principe Boleslao aveva mosso un'accanita persecuzione. Fra l'altro l'iniquo principe riuscì ad eccitare contro il santo Vescovo gli eredi di un certo Pietro Milés, che era morto tre anni prima lasciando una delle sue terre alla Chiesa. Codesti eredi, sicuri dell'appoggio del Re, intentarono un processo al Santo, e avendo subornato o intimidito i testimoni, ottennero che Stanislao fosse condannato alla restituzione del terreno. Il Santo vedendosi mancare la giustizia degli uomini si appellò allora fiduciosamente a quella di Dio, e fatta sospendere la condanna, promise che avrebbe fatto comparire come testimonio il defunto testatore che da tre anni giaceva nella tomba. Infatti, dopo tre giorni di digiuni e di supplicazioni, il santo Vescovo recatosi con tutto il clero sulla tomba di Pietro Milés, ordinò che venisse aperta; ma rinvenute, come era da prevedersi, solo poche ossa, fra un mucchio di polvere, gli avversari ne gioivano tenendosi sicuri della vittoria, quand'ecco il Santo ordinare al cadavere di sorgere in nome di Colui che è risurrezione e vita. Ad un tratto quelle ossa si avvicinarono, si riunirono, si ricoprirono di carne, e al cospetto della moltitudine stupita fu veduto il morto, tenendosi per mano al Vescovo, andare dinanzi a Boleslao e certificare la verità della fatta donazione, confondendo in tal modo quei malvagi che si credevano già sicuri del trionfo. Ma quel che più si affà al nostro argomento è la seguente circostanza. Quando Pietro Milés ebbe fatto la sua deposizione, avendogli domandato S. Stanislao se preferisse di ritornar nella tomba o di vivere ancor qualche anno in questa terra, rispose che sebbene a cagione de' suoi numerosi peccati si trovasse in Purgatorio, dove molto soffriva, amava meglio di tornare a morire piuttostochè restare in una vita così miserabile, nella quale potrebbe sempre correr pericolo di dannarsi eternamente. Indi implorate le preghiere del santo Vescovo onde più presto potesse esser libero da quel carcere, e ricondotto processionalmente alla sepoltura, il suo corpo ritornò nello stato primiero. Questo esempio mostra come un'anima, anche dopo avere sperimentato i supplizi del Purgatorio, preferisce questi all'incertezza in cui siamo di salvarci finchè viviamo su questa terra.

Il conforto dell'espiazione

La seconda gioia che provano le anime del Purgatorio è quella dell'espiazione. Per comprenderla adeguatamente bisogna avere provato almeno una volta un vero pentimento delle proprie colpe, perchè allora soltanto si prendono a cuore gl'interessi della giustizia di Dio oltraggiata per tanto tempo, allora soltanto il penitente non contento di sopportare cristianamente le pene e i dolori quotidiani della vita, che devono servire a supplire alla penitenza sacramentale, si fa da se stesso esecutore della divina giustizia. Allora appariscono le discipline, i cilizi e tant'altri strumenti di mortificazione che han fatto stupire il mondo assai più che le raffinate voluttà del paganesimo; e quando pure il cristiano abbia così castigato il suo corpo e mortificato i suoi sensi, deplorerà ancor sempre di non aver fatto abbastanza per pacificare la collera divina. Questo spirito di penitenza che induce l'uomo a farsi giustizia da sè ed espiare con gioia i propri falli, questo bisogno innato di vedersi purificato dalle colpe e riabilitato davanti a Dio e davanti alla propria coscienza, esiste nel Purgatorio in un grado molto superiore a quello dei penitenti di questo mondo, e con ciò si spiega come quelle anime sante divorate dal desiderio di espiare i loro peccati, provino gioia nei loro stessi supplizi. Ma lasciamo che parli a tal proposito S. Caterina da Genova, la quale sull'argomento delle gioie del Purgatorio ha ricevuto tante speciali illustrazioni. – “Io vedo, essa dice, quelle anime stare nelle pene del Purgatorio col riflesso di due motivi. Il primo è che patiscono volentieri quelle pene, e sembra loro che Dio abbia usato ad esse gran misericordia, considerando quelle maggiori che meritarono, e conoscendo la grandezza e santità di Dio, poichè, se la sua bontà non temperasse la giustizia colla misericordia (soddisfacendola col prezioso sangue di Gesù Cristo), un solo peccato meriterebbe mille perpetui inferni; e perciò patiscono questa pena così volentieri, che non vorrebbero vederla diminuita di un solo minuto, conoscendo giustamente di meritarla ed essere essa bene ordinata. L'altro motivo è il vedersi nell'ordinazione di Dio e l'ammirare ciò che l'amore e la misericordia divina operano verso di loro. Queste due viste Iddio le imprime in quelle menti in un istante, e siccome sono in grazia, l'intendono e capiscono secondo la loro capacità, e ne riportano gran contento, il quale non manca mai, anzi va crescendo tanto in loro, quanto più si approssimano a Dio. E quelle anime non lo provano in loro, nè per loro, ma in Dio, nel quale sono più assai intente che nelle pene che soffrono, e del quale fanno assai più stima senza comparazione; poichè la più piccola intuizione che si possa avere di Dio eccede ogni pena ed ogni gaudio che l'uomo possa immaginare, e benchè la ecceda non leva loro però una scintilla di gaudio o di pena. In tal modo le anime del Purgatorio accettano con gioia i loro tormenti, perchè così purificandosi e trasformandosi veggono avvicinarsi il momento in cui andranno a goder Dio nel cielo. Quando l'anima si trova in via di ritornare a quel suo primo stato, tanto è il desiderio di doversi trasformare in Dio, che quell'istinto acceso ed impedito forma veramente il suo Purgatorio. Non credo, dice la stessa, che si possa trovare contentezza da paragonare a quella di un'anima del Purgatorio, eccetto quella dei Santi del Paradiso: questa contentezza va crescendo di mano in mano che si va consumando l'impedimento dell'influsso di Dio. Come un oggetto coperto non può corrispondere alla riverberazione del sole, non per difetto del sole che di continuo risplende, ma per l'ostacolo della copertura; così la ruggine delle anime, cioè del peccato, si va consumando col fuoco del Purgatorio, il quale quanto più consuma tanto più fa corrispondere l'anima al vero sole che è Iddio, e quindi tanto più fa crescere la contentezza; così l'uno cresce e l'altro manca, finchè sia finito il tempo della prova. E non solamente quelle anime accettano con gioia i loro tormenti, ma se la giustizia di Dio lo permettesse, desidererebbero di soffrire ancor di più, e se potessero purgarsi per contrizione, in un istante pagherebbero tutto il loro debito, tale è l'affocato impeto di dolore che loro verrebbe, e questo pel chiaro lume che hanno della gravità di quell'impedimento, il quale non le lascia congiungere col loro fine ed amore che è Dio”.

Il conforto dell'amore

Finalmente la terza gioia delle anime purganti è quella dell'amore. L'amore rende ogni cosa facile ed ogni sofferenza sopportabile. Ubi amatur non laboratur, aut si laboratur, labor amatur, scrisse S. Agostino. Malgrado l'imperfezione e la miseria del nostro povero cuore, noi arriviamo a comprendere questa verità anche sulla terra. Chi non ha amato almeno una volta in vita sua, e chi nelle gioie di un amore - corrisposto non ha sognato immolazione e sacrificio intero fino alla morte? - Quale è quel sacerdote che nelle gioie del suo ministero sublime non ha invidiato la sorte del martire che dà a Dio in testimo- nianza d'amore il proprio sangue? Soffrire per espiare, soffrire per testimoniare il proprio amore, sono i due poli della vita cristiana, disse Lacordaire. E questo duplice sentimento si trova in Purgatorio. Avendo già parlato delle gioie dell'espiazione, diremo ora delle gioie pure ed intime dell'amore, ed affinchè le espressioni siano adeguate al sentimento, lasciamo parlare l'ardente eroina Santa Caterina da Genova, fedele interprete dei sentimenti delle anime purganti. « Io vedo, essa dice, che questo Iddio d'amore, lancia sulle anime certi raggi infuocati così penetranti che annienterebbero, se ciò potesse essere, non solo il corpo ma perfino l'anima. Esse poi provano una gioia sì grande nel vedersi interamente affidate alla volontà di Dio, che compie su loro tutto ciò che a lui piace e come meglio piace, che al loro spirito non si presenta mai un pensiero capace di aumentare le loro sofferenze, e solamente vengono l'operazione della divina bontà e quella ineffabile misericordia che usa Dio verso l'uomo, facendo che il Purgatorio gli serva di strada, per condurlo a lui. Quanto a ciò che può tornare a loro interesse, o pena o bene che sia, è loro assolutamente impossibile di fermarvi lo sguardo, imperocchè se ciò potessero, la loro carità non sarebbe più cosa pura. Quelle anime poi hanno una volontà in tutto conforme a quella di Dio; così Dio nella sua bontà fa sentire loro l'amore infinito che per esse nutre, per cui dal lato della volontà, sono veramente e completamente felici. E nondimeno soffrono orribilmente, poichè l'amore non vale ad impedire che sentano di soffrire. Anzi il loro amore verso Dio si converte in istrumento di sofferenza, perchè possedute come sono dal desiderio di vederlo e di unirsi a lui, tanto più soffrono quanto più quella vista e quell'unione vengono ritardate. « Perciò questo ritardo che trovano le anime cagiona loro pena intollerabile; poichè mentre dalla grazia sono loro mostrate quelle perfezioni, non potendole esse raggiungere, e sapendo tuttavia di esser destinate a possederle, ne soffrono immensarnente. La stima ch'esse hanno di Dio cresce in relazione della conoscenza che ne hanno, e questa conoscenza aumenta a misura che l'anima si spoglia dei residui del peccato. L'anima dunque è felice in questo stato, ma felice come il martire sul rogo, felice di una felicità tutta pura, tutta soprannaturale, e che il mondo non può arrivare a comprendere. Come il martire, prosegue a dire la Santa, che si lascia uccidere prima di offender Dio, sente dì morire, ma disprezza la morte per lo zelo che il Signore gli dà; così l'anima conoscendo le disposizioni di Dio a suo riguardo, stima più queste che tutti i tormenti interiori ed esteriori per terribili che possano essere, e questo perchè Dio, pel quale essa agisce così, eccede infinitamente ogni cosa che sentire e immaginare si possa. E poichè l'occupazione che Dio dà all'anima di sè la tiene tanto assorbita nella contemplazione della sua maestà, avviene che l'anima d'altro non può fare stima, d'altro non può curarsi che di lui ». - Or che dovremo concludere da tutto ciò? Forse che dovremo vivere spensieratamente senza preoccuparci della nostra sorte avvenire? Giammai, perchè questo sarebbe un disprezzare e contraddire gli avvertimenti de' Santi. Finiremo dunque con quell'ardente esortazione che S. Caterina da Genova rivolge a tal proposito a tutti gli uomini che vivono nel mondo: «Vorrei, essa dice, poter gridare sì forte, che tutti gli uomini che sono sopra la terra mi udissero e si spaventassero, e vorrei dir loro; Oh miseri! perchè vi lasciate così accecare da questo mondo, da non pensare a premunirvi da quelle grandi e crudeli necessità nelle quali vi troverete in punto di morte? Voi vi credete al coperto sotto la speranza della misericordia di Dio, la quale dite essere tanto grande; ma non vedete che appunto tanta bontà di Dio vi aggraverà nel giudizio? Miserabili! Voi agite contro la volontà d'un tanto buon Signore. La sua bontà vi dovrebbe consigliare a sottomettervi a tutti i suoi comandi e a non disubbidirgli colla speranza del perdono, poiché la sua giustizia non potrà mancare, ma bisognerà che in un modo o nell'altro sia soddisfatta pienamente. Non vi illudete dicendo: io mi confesserò, guadagnerò un'indulgenza plenaria, sarò in quel punto purgato da tutti i miei peccati, e così andrò salvo. Pensate che la confessione e contrizione tanto necessarie per guadagnare tale indulgenza, sono così difficili ad aversi, che se lo sapeste appieno, tremereste dalla paura e sareste più certi di non averle che di poterle guadagnare».

Fonte: www.preghiereagesuemaria.it

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