Il Purgatorio

Meditazioni sul Purgatorio di don Giacomo Alberione





9° Giorno: CONFORTI DELLE ANIME PURGANTI

Si pena nel purgatorio, si pena nell’inferno: ma vi sono diversità essenziali tra l’uno e l’altro: l’inferno è eterno, il purgatorio è temporaneo;
l’inferno è senza alcuna speranza di salvezza, il purgatorio è la sicura certezza del paradiso;
l’inferno è lo stato definitivo di un’anima odiata e ripudiata da Dio, il purgatorio è lo stato transitorio di un’anima amata e attesa da Dio al cielo;
l’inferno è un soffrire disperato e senza vantaggio, il purgatorio è un soffrire per entrare in cielo degnamente; l’inferno ha la maledizione eterna di Dio, il purgatorio la benedizione paterna di Dio;
l’inferno è sotto il dominio della giustizia rigorosa e pura;
il purgatorio della giustizia che opera per misericordia;
l’inferno luogo dei dannati, il purgatorio luogo dei salvi;
mentre la terra è luogo degli incerti di propria salvezza;
l’inferno è tanto più infelice della terra; il purgatorio è per molte ragioni più fortunato della terra.

Molte sono le consolazioni del purgatorio: sono consola zioni austere, limitate sul modo di quelle della terra; ma sono consolazioni vere e veramente grandi e che, spoglie di ogni elemento sensibile, penetrano nel profondo dell’anima. Le anime si consolano per i soccorsi che ricevono dalla terra per mezzo di parenti ed amici; godono per sapersi oggetto di misericordia e di compassione da parte di Dio, della Madonna, degli Angeli; godono per le improvvise abbreviazioni delle loro pene, che spesso loro toccano; godono per la compagnia di anime tutte buone, sostanzialmente, poiché là è escluso il peccato mortale, quindi in compagnie migliori che non trovassero su la terra.
Ma tre sono le grandi ed essenziali gioie.
La prima è questa: sentirsi sicure della loro salvezza eterna, confermate in grazia, nell’impotenza di peccare e di perdersi. Su la terra questa gioia non vi è, ed i santi stessi vivono sempre ancora in timore. Per le anime purganti il cielo è differito, ma è sicuro. Il Padre Faber scrive: «Vorrei occupare uno degli ultimi posti in quel soggiorno di sicurezza piuttosto che fruire di tutti i godimenti incerti e fallaci di questo mondo». Leggiamo nella storia ecclesiastica un fatto meraviglioso. S. Stanislao Vescovo di Cracovia, difendendo nelle sue prediche la santità della religione, incontrò l’ira del Re Boleslao. Fra le altre accuse il Re incolpò il santo Vescovo di essersi impadronito di un campo senza pagarne il prezzo. Non esistevano, purtroppo, prove scritte e il Vescovo fu condannato, perché il venditore era morto e non poteva far testimonianza.

Ma la fede del Vescovo fu viva come era stato fermo il suo coraggio: egli propose di citare il defunto venditore in prova. La proposta fu accettata con scherno. Ma dopo tre giorni di digiuni, S. Stanislao andò al sepolcro, chiamò il morto, che uscì dal sepolcro e tenne dietro al Vescovo fino innanzi al Re. Fra lo stupore universale e il terrore di Boleslao, dichiarò: «Ho venduto al Vescovo il mio campo ed egli mi pagò interamente il prezzo pattuito».

Ma qui viene il più per noi. Il Vescovo lo interrogò: «Ora, in premio della tua buona testimonianza, vuoi ancora vivere alcuni anni, oppure vuoi subito tornare all’eternità?». Ed il mortorisuscitato rispose: «Sebbene io sia in purgatorio, dove molto soffro, tuttavia desidero di tornare subito a morire piuttosto che rimanermi in una vita piena di pericoli continui di perdermi eternamente. Pregate per me, santo Vescovo, e rimandatemi dove soffrivo, ma ero sicuro del cielo». E Stanislao col clero lo riaccompagnò con salmi di penitenza alla tomba, dove ricadde nello stato di prima.

La seconda gioia del purgatorio: le anime sono liete di espiare i loro falli. Il peccato è una bruttura schifosa dell’anima, una lebbra immonda; ed è una vera consolazione quando ci laviamo dalle immondezze del corpo, quando astergiamo le suppurazioni del corpo. Quanto più lo è per l’anima pur gante! che, essendo passata all’eternità, conosce oramai il fetidume che è il peccato.

Il peccato è insulto, offesa alla Maestà e Santità di Dio: l’anima ha compreso l’ingiustizia, la temerarietà, la stoltezza che commise: desidera dare soddisfazione fino all’ultimo centesimo e ridonare a Dio tutta la gloria che merita. Sarebbe disposta a soffrire assai di più, se Dio lo volesse. È qualche cosa di simile a quello stato di San Francesco di Assisi, S. Margherita da Cortona, S. Agostino dopo le celebri conversioni. Tale era la sete di penitenza, che si dovettero moderare nella loro santa sete di patire. Questo spirito spontaneo di penitenza per soddisfare a Dio, questo desiderio di mondar si fa gioire fra le tribolazioni: e ciò è vero, assai di più, parlando delle anime purganti. Sarebbero felici, se Dio volesse, che si intensificassero le loro pene perché Dio avesse presto riparazione, perché le macchie fossero presto lavate... La loro volontà nel penare è pienamente unita alla volontà di Dio.

Sentiamo quanto dice S. Caterina da Genova: «Quelle anime patiscono volentieri e sembra loro che Dio usi gran misericordia, poiché pensano che meritarono assai di più... Patiscono così volentieri quella pena, che non vorrebbero vederla diminuita affatto, conoscendo meritarla ed essere bene ordinata. Esse guardano più alla disposizione di Dio che alle loro fiamme. Trasformandosi e purificandosi, si accorgono di avvicinarsi a Dio e il riflesso di Dio ormai vicino fa presentire una gioia simile, ma molto più grande di quella dei Santi quando si avvicinava il giorno del premio: «Desidero essere sciolto dal corpo per essere con Cristo». Non credo che vi possa essere su la terra gioia così intensa da paragonarsi a quella delle anime purganti».

La terza gioia è l’amore di Dio. L’amore facilita ogni sacrificio. S. Agostino dice: «Quando si ama non si soffre; ché se si soffrisse, lo stesso soffrire sarebbe amato». L’anima purgante ama il Signore con vivissima intensità di affetto: l’amore desidera il sacrificio e l’immolazione. È lo stesso Salvatore che ci spiega questo: ci amò tanto e affrettava col più vivo desiderio il momento della sua passione, per mostrare quanto amava il Padre e quanto amava gli uomini. Il Cuore di Gesù nulla ha risparmiato per gli uomini! Chi ama si sacrifica volentieri. L’amore stesso poi, quando è puro, è estasiante. S. Caterina da Genova scrive ancora: «Io vedo che questo Dio d’amore lancia su le anime certi raggi infuocati, così penetranti che basterebbero a consumare anima e corpo, se tale fosse la volontà di Dio... L’anima purgante è felice nel suo stato, ma felice come il martire sul rogo, felice di una felicità tutta pura, soprannaturale, che il mondo non può giungere a capire. Come il martire, che si lascia uccidere prima di offendere Dio, sente di morire, ma disprezza la morte per l’ardore che ha di Dio; così l’anima purgante, conoscendo la disposizione di Dio, l’ama, ne giubila, felice che Dio lavori con gli spasimi il suo spirito. Dio occupa poi tanto l’anima, che essa tutta sente e si concentra in Lui».

PRATICA: Ascrivetevi all’Opera di Nostra Signora della Buona Morte Se il nome di quest’opera non ha un suono di allegrezza, il suo spirito invece è particolarmente benefico e consolante; essa porta in effetto, ed insieme, tutte le sicurezze di santità e di salute. La Santa Vergine è stata onorata come Patrona e Madre della Buona Morte; Ella si è presa la cura della perseveranza e della salute eterna degli Associati. Vi sono i Preti di Santa Maria, stabiliti a Roma, che sono i fondatori di quest’opera.
I Papi Pio X, Benedetto XV e Pio XI, hanno successivamente raccomandato quest’opera con molto calore, e per la diffusione e popolarità non hanno esitato di arricchirla di privilegi e di favori straordinari, sia per i fedeli che per i Sacerdoti. L’Associazione ha tre gradini di concatenamento e per ciascuno non si richiede che un minimo di condizioni. Primo gradino: Donare semplicemente il proprio nome al l’Opera o il solo desiderio di appartenervi: Pace agli uomini di buona volontà.

Secondo gradino: Recitare ogni giorno, mattino e sera, tre Ave Maria con l’invocazione: Nostra Signora della Buona Morte, pregate per noi.
Terzo gradino: Far conoscere l’Opera e cercarle degli Associati con qualunque apostolato.

GIACULATORIA: O dolcissimo Gesù, per i dolori che avete sofferto nella vostra crudelissima crocifissione, abbiate pietà di queste sante anime. Abbiatene pietà, o Signore!

FRUTTO

Altare privilegiato
La S. Messa per i defunti acquista un valore speciale quando è celebrata ad un altare privilegiato. Dicesi altare privilegiato quello al quale il Sommo Pontefice concesse, per un dato tempo od in perpetuo, un’Indulgenza Plenaria applicabile a quell’Anima del Purgatorio per il cui suffragio si celebra la santa Messa.
Si noti che non appena diviene privilegiato un altare, resta im mutabile un tale privilegio, ancorché o per una involontaria ruina o per legittima autorità, venisse trasferito in altro locale della Chiesa, ed anche allora che dell’immagine o mistero, in ossequio del quale fu elargita l’Indulgenza, ne fosse fatta una nuova copia, escludendo l’originale consunto; imperocché moralmente si giudica sempre lo stesso altare.
Questa Indulgenza, assolutamente parlando, è tale da bastare essa sola a liberare quell’Anima a cui viene applicata; però non si può con certezza sapere se l’applicazione ottenga tutto il suo effetto, sia perché non si adempiono le condizioni prescritte, sia per altro motivo; così è sempre bene fare applicare non una, ma più Messe per quei defunti che si desiderano presto liberati dal Purgatorio. L’Altare privilegiato, secondo l’origine e il significato del privilegio, può essere locale o personale. Locale, quando detto privilegio è stato dai Sommi Pontefici annesso ad un certo altare di una data chiesa: personale, invece, quando qualunque altare acquista tal privilegio per il Sacerdote che vi celebra. Per esempio, tutti gli altari ai quali celebra un Sacerdote che abbia fatto l’Atto eroico, sono privilegiati; i Sacerdoti della Pia Società S. Paolo hanno parecchie volte per settimana l’Altare privilegiato.

Condizioni per l’Altare privilegiato
Perché un altare sia privilegiato si richiedono tre cose: 1. Che nella stessa chiesa non vi sia altro altare che goda tale privilegio; così dichiararono i due Papi Benedetto XIII e Clemente XIII. Però la Santa Sede qualche volta fa eccezione a questa regola per le chiese in cui vi sono quotidianamente molte Messe.

2. Che nella stessa chiesa si celebri ogni giorno un certo numero di Messe: Pio V voleva che vi fossero 40 Messe e che l’altare fosse privilegiato un giorno solo per settimana, se ve n’erano solamente , e due giorni se le Messe giungevano a 14, e così di seguito. Clemente XI dichiarò che bastavano 6 Messe perché l’altare godesse del privilegio una volta per settimana. Ma da qualche tempo questa prescrizione si omette nell’indulto e quindi si può avere il privilegio anche senza la prescrizione di un numero determinato di Messe.

3. Che l’altare, cui va annesso il privilegio, sia fisso, cioè di mattoni, o di legno, con la pietra sacra in mezzo, come sono gli altari usuali delle chiese. (Così la Sacra Congregazione delle Indulgenze il 30 gennaio 1760 e 20 marzo 1846).

Per acquistare l’Indulgenza annessa all’Altare privilegiato si richiedono tre condizioni:
1. Che dal celebrante, o da chi fa celebrare, sia determinata in particolare la persona che s’intende di suffragare con l’indulgenza; quindi non varrebbe un’applicazione vaga o generica per tutte le Anime purganti, o per quelle di una tale famiglia, di una tal condizione, ecc.

2. Che la Messa celebrata all’altare privilegiato sia applicata esclusivamente per quell’Anima che si vuol suffragare con la plenaria indulgenza. (Così si rileva dal Breve 30 Agosto 1779 di Pio VI, su questo argomento).

3. Che la Messa sia celebrata da Requiem e con Paramento nero in tutti i giorni in cui le Rubriche non lo proibiscono. Quando poi non si può dire la Messa da morto, l’Indulgenza si acquista egualmente celebrando la Messa del Mistero o Santo del giorno, qualunque sia il colore del paramento che si deve usare (Congreg. dei Riti, 22 Luglio 1848). Siccome poi a norma della Bolla Divino afflatu di Pio X le recenti rubriche vietano anche in certe ferie privilegiate la Messa per i Defunti, così il Sommo Pontefice concesse che anche in queste Messe feriali si possano guadagnare le indulgenze dell’altare privilegiato, ordinando però che nella celebrazione di queste Messe si aggiunga prima dell’ultima orazione prescritta quella pro Defunctis.

Per i nostri defunti. Del Beato Giacomo Alberione