Il Purgatorio

Meditazioni sul Purgatorio di don Giacomo Alberione





7° Giorno: PENE PARTICOLARI I

La Chiesa nulla ha definito circa le pene delle anime pur ganti: né la durata, né la natura, né il modo del loro operare. Ma i santi sono persone autorevoli per la loro bontà di vita e spesso anche per scienza.

È principio: «Sarà punito l’uomo per quelle stesse cose con cui ha peccato». Onde si può dire che vi sarà una certa corrispondenza della pena con la materia, la facoltà che ha peccato. Che se però anche non tutti i particolari descrittivi del purgatorio sono da considerarsi secondo la materialità della espressione, ciò non ci deve far conchiudere trattarsi di esagerazioni o falsità, ma piuttosto che spesso non siamo capaci di intendere le cose soprannaturali e tanto meno siamo capaci a spiegarle. Occorre però ritenere che le pene del purgatorio sono nella realtà assai più gravi di ogni umana descrizione.

S. Maria Maddalena de’ Pazzi una sera, mentre passeggiava con alcune suore nel giardino del monastero, fu al l’improvviso rapita in estasi ed intesa a gridare più volte: «Sì, ne farò il giro! sì, ne farò il giro!». Così acconsentiva all’invito che dal suo Angelo Custode le veniva dato, di visitare il Purgatorio. Le consorelle la videro con ammirazione e terrore intraprendere quel doloroso viaggio di cui, cessata poi l’estasi, scrisse una splendida narrazione. Per due ore continue fu vista girare intorno al vasto giardino del monastero, fermandosi con attenzione a considerare quanto probabilmente le veniva mostrato dall’Angelo, spesso facendo atti di commiserazione, di orrore, di pietà e divenendo pallidissima in viso, e ripetendo spesso: «Misericordia, mio Dio, misericordia! Sangue prezioso del mio Salvatore, scendete su queste anime e liberatele dai loro spasimi». Ad un certo punto aggiunse: «Come! Sacerdoti e religiosi in questo luogo sì orribile! Ah! mio Dio, mio Dio, come li veggo tormentati!». E il tremito, che agitava il suo corpo, dava a conoscere l’intensità delle sofferenze, che in quel momento contemplava.

Di là andò in quello delle anime semplici, dei bambini e di coloro, le cui colpe sono attenuate dall’ignoranza. Là non v’era che ghiaccio e fuoco e le anime passavano alternativa mente dall’uno all’altro. Ivi la Santa, riconoscendo l’anima di suo fratello morto poco tempo prima, fu intesa gridare: «Povera anima del fratello mio, quanto soffri! eppure te ne consoli; bruci, eppure sei contenta, perché sai che queste pene sono strada alla felicità!».

Fatti pochi altri passi, diede a capire che stava contemplando anime assai più infelici, e gridò: «Ahimè! quanto è orribile questo luogo! Com’è pieno d’incredibili tormenti! Ah, come le vedo trafitte da punte d’aghi acutissimi, e quasi fatte a brani!».
Allora le fu detto essere quelle le anime che in vita aveva no cercato di piacere agli altri ed avevano talvolta peccato d’ipocrisia. Proseguendo vide una turba spinta verso un dato luogo e quasi schiacciata sotto una pressa e capì, per rivelazione, essere quelle le anime impazienti e disobbedienti.

Dopo un po’ di tempo parve addivenire anche più afflitta ed emise un grido di spavento: entrava allora nel carcere dei bugiardi. Dopo averlo attentamente osservato, disse ad alta voce che i menzogneri stanno in un luogo vicinissimo all’inferno, che grandi sono le loro pene, perché nella loro bocca viene versato piombo fuso, mentre sono immersi in uno stagno ghiacciato, sicché bruciano e gelano al tempo stesso.

Un po’ più lontano riconobbe gli avari, che si liquefanno, come il piombo nella fornace. Indi passò fra coloro che sono debitori della divina Giustizia, in forza di peccati d’impudicizia perdonati, ma non abbastanza espiati in vita. La loro prigione era così sudicia e fetente, che solo a vederla, da lungi, chiudeva il cuore.
Dal carcere degl’impudichi passò a quello degli ambiziosi e superbi, i quali soffrono acerbamente in mezzo a fortissime tenebre. Disse: «Miseri coloro che, per aver voluto elevarsi sugli altri, sono ora condannati a vivere in tanta oscurità!».
Vide poi le anime di quelli che, ingrati verso Dio, duri di cuore e non avendo mai conosciuto che volesse dire amare il loro Creatore, Redentore e Padre, vivono annegati in un lago di piombo fuso, in pena di aver fatto rimanere sterili, colla loro ingratitudine, le sorgenti della grazia. Finalmente, in un’ultima prigione, le furono mostrate quelle anime che, pur non avendo avuto in vita alcun vizio particolare, parteciparono però di tutti, con molti piccoli falli commessi, ed osservò che, per pena corrispondente, devono subire tutti i castighi propri ai vizi stessi, ma in piccola proporzione. Dopo due ore di sì penoso e duro pellegrinaggio, ritornò in sé la Santa, ma in tale stato di debolezza e di prostrazione morale, che durò parecchi giorni a rimettersi dall’impressione del terribile spettacolo che aveva veduto. Tutte queste particolarità ed al tre ancora, che per brevità omettiamo, si trovano nella vita di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, scritta dal suo Confessore, il P. Cepari 3 della Compagnia di Gesù.

Ricordiamo qui un esempio per la frivola gioventù che consuma il tempo in acconciarsi ed abbellirsi, per piacere agli uomini. È tratto dalle rivelazioni di S. Brigida, la quale, in una delle sue estasi che le discoprirono il Purgatorio, osservò, fra tante fanciulle, una di alto lignaggio, che le fece conoscere quanto penasse in espiazione dei suoi peccati di vanità. Quel capo, che con tanta cura aveva accomodato, era divorato all’interno e all’esterno da fiamme cocentissime; quelle spalle e quelle braccia, che tante volte avea amato di portar denudate, erano strette da catene di ferro rovente; i piedi, sì agili nella danza, erano avvinghiati e morsi da vipere, che li insozzavano colla loro bava immonda; tutte le membra, che in vita era solita di sopraccaricare di monili, di gioielli, di perle, di fiori, erano torturate da spaventevole pena. E andava gridando: «Madre mia, madre mia, quanto sei colpevole verso me! La tua soverchia indulgenza, peggiore dell’odio più atroce che tu avessi potuto portarmi, mi ha fatto precipitare in queste orribili pene! Tu mi conducevi alle feste, ai balli, agli spettacoli, a tutte le riunioni mondane, che sono la rovina dell’anima e per le quali ora soffro misera mente; e quantunque talvolta mi consigliasti preghiere ed atti di virtù, questi si trovarono sempre superati e quasi perduti per i sollazzi e le compiacenze che io mi prendevo nella vita. Nondimeno rendo grazie infinite al mio Dio perché non per mise la mia eterna dannazione. Prima di morire, presa da pentimento, mi confessai e quantunque lo facessi in considerazione delle pene che mi sarebbero state riserbate nell’altro mondo (quindi la mia confessione non fosse valida) nel momento però d’entrare in agonia mi ricordai della dolorosa passione del Salvatore; potei così formare un atto di vera contrizione, promettendo, se avessi avuto tempo, di riparare colla penitenza alle mie colpe».

Lo storico soggiunge che la Santa, avendo raccontata l’apparizione ad una cugina della defunta, l’impressione fu tale, che questa, rinunziato alle vane lusinghe del secolo, si rinchiuse in un monastero di austerissima penitenza, dove santamente visse e morì.
Quanto alle mancanze contro la carità, Iddio usa rigore estremo, soprattutto quando sono commesse da anime a Lui consacrate: la ragione è chiara: «Dio è amore», come dice S. Giovanni [1Gv 4,8], e quindi non v’è cosa che più gli dispiaccia quanto le inimicizie, i rancori, le maldicenze, i giudizi temerari e tutti quei falli contro la carità, che purtroppo si riscontrano spesso nelle persone più pie e di più esemplare condotta.

Nella vita di Santa Margherita [Alacoque], si legge che due religiose, per le quali ella pregava dopo la loro morte, le furono mostrate giacenti nel carcere del Purgatorio: una di esse soffrendo pene incomparabilmente più atroci di quelle dell’altra. Per la qual cosa ne ascriveva a colpa soprattutto quei difetti contrari alla carità reciproca e a quella santa amicizia, che deve regnare nelle comunità religiose ed alla quale, avendo ella contravvenuto, erasi meritata, fra le altre punizioni, quella di non usufruire dei suffragi che la comunità fa ceva ed offriva a Dio per lei, ricevendo unico sollievo, nei suoi mali, dalle preghiere di tre o quattro persone della stessa comunità, per le quali ella vivendo aveva avuto meno stima ed affezione.

Dalla Vita di S. Margherita da Cortona. Una volta si pre sentarono a questa Santa due mercanti, i quali, essendo stati uccisi per via da due malfattori e colti quindi così all’improvviso dalla morte, non avevano potuto ricevere l’assoluzione dei loro peccati; per divina bontà, avendo avuto il tempo di fare un atto di perfetta contrizione, furono salvi. Siccome però nell’esercizio della loro professione avevano commesso molte ingiustizie, i loro tormenti erano atroci e supplicarono quindi la Serva di Dio di avvertire i loro parenti (e li nominarono) affinché restituissero, quanto prima, a chi si doveva, tutto il denaro da loro male acquistato. E questo: «perché senza tale restituzione noi non saremo liberati dalle pene del purgatorio».

Alla confidente del Sacro Cuore, S. Margherita Alacoque, venne rivelato un segreto molto istruttivo per noi. Pregava ella per due uomini illustri, morti da poco tempo, ma ecco quanto seppe in una visione: uno di essi era in purgatorio e molti suffragi di Messe venivano offerti per lui. Ma le SS. Messe che si celebravano non apportavano all’infelice anima alcun sollievo. Egli nella vita aveva derubate e danneggiato alcune famiglie di onesti contadini esigendo da loro più di quanto avrebbero voluto la carità e la giustizia. Dio, buon Padre per tutti, applicava il frutto delle Messe celebrate per quel signore, a queste famiglie: sia per le persone ancora vive sia per quelle già defunte. Così il Signore stesso pensava a compiere la restituzione che colui avrebbe dovuto fare.

Il Rosignoli, nel libro Meraviglie del Purgatorio, narra di un pittore che si lasciò trascinare dall’andazzo comune a di pingere un quadro indecente.
Peccato questo simile alle letture sconvenienti, alle mode lascive, all’uso di cartoline e ritratti disonesti. Certi salotti faranno piangere tante anime in purgatorio.
Quel pittore vendette il quadro e non vi pensò più. Venne poi a morire, mentre stava dipingendo la chiesa di un con vento di Carmelitani. Era morto da poco tempo quando un religioso, mentre stava pregando in coro, se lo vide comparire davanti. Meravigliato, il buon frate lo interrogò se fosse salvo o dannato. «Sono salvo, rispose il povero defunto, ma condannato a rimanere in purgatorio finché il mio brutto quadro continuerà su la terra ad essere occasione di sguardi cattivi! Va’, per carità, alla casa del tal signore: digli che voglia gettare alle fiamme quel dipinto. Io soffro, ma quel signore, che mi indusse con denaro a così dipingere, perderà presto i suoi due figli ancor giovanissimi; e guai a lui se non distruggerà il quadro!».

Il quadro fu bruciato, ma i due figli morirono presto. Quel signore condusse poi una vita penitente e mortificata, e nella sua vecchiaia riparò con molte opere buone la sua cattiva azione.

PRATICA: Allorché la campana della chiesa ci annunzia qualche sepoltura, procuriamo di intervenirvi, se le occupazioni ce lo permettono. Che se siamo impediti, cerchiamo di unirci col cuore, dal mezzo delle nostre occupazioni, alle preghiere con cui la Chiesa piange, accompagna e prega per i suoi figli passati all’eternità. Pensiamo: la misura di misericordia che io adopero per gli altri, sarà adoperata, a suo tempo, per me.

GIACULATORIA: Maestro Gesù, durante le lunghe solitudini e silenzi eucaristici, offrite la santità della vostra mente, cuore, volontà, vita, per le anime del Purgatorio, al Divin Padre.

FRUTTO

Le sante Messe Gregoriane
L’origine di queste Messe, volgarmente chiamate “Trentenario Gregoriano”, è qui narrata dallo stesso S. Gregorio [Magno]: «Ecco quanto accadde nel mio monastero:
Vi era un monaco per nome Giusto: era molto pratico della me dicina ed era esso che mi portava il soccorso dell’arte sua in mezzo alle infermità di cui ero afflitto.
Anch’esso cadde ammalato e fu ben presto condotto agli estremi. Il fratello Copioso, il quale esercita anche oggi a Roma l’arte della medicina (cioè in quel tempo ch’egli ciò ricorda), venne per curarlo.
Questi non tardò a capire che per lui non c’era più speranza e disse al fratello di aver nascosto in un certo ripostiglio tre monete d’oro.
I fratelli del monastero ne furono informati e dopo minuziose ricerche scoprirono le tre monete in mezzo alle medicine. Quando mi diedero la notizia nefui molto contrariato e soffrii a pensare che un fratello della nostra comunità si fosse reso colpevole di una sì grave trasgressione; poiché la regola in vigore nel nostro monastero ha sempre imposto che tutto fosse comune ai fratelli e che nessuno possedesse qualsiasi cosa come bene proprio. Pieno di dolore domandai a me stesso, che cosa potessi fare per aiutare il moribondo a espiare la sua colpa e dare agli altri una lezione salutare. Feci venire Prezioso, superiore del monastero, e gli dissi:
“Andate e dite che nessuno dei fratelli si rechi vicino al morente per dargli parole di consolazione; suo fratello di sangue gli dica che esso è oggetto di orrore per tutti a causa del danaro che aveva nascosto, affinché almeno in morte pianga il suo peccato e ne ottenga il perdono. Quando sarà morto, si scavi una fossa nel letamaio e si seppellisca il corpo con le tre monete d’oro, e che tutti dicano ad una voce: ‘Il tuo danaro sia teco in perdizione’ (At 8,20); dopo ciò lo coprirete con terra. La mia intenzione è che tutto questo sia di giovamento al morente ed agli altri fratelli ancora vivi: l’amarezza della morte potrà ottenere al primo la remissione del suo peccato, e la severità colla quale questo atto di trasgressione viene punito, impedirà agli altri di rendersi colpevoli dello stesso peccato”.
E così appunto avvenne. Quando il monaco Giusto fu sul punto di morte ed in mezzo alla sua agitazione volle raccomandarsi alle preghiere dei fratelli, nessuno andò a trovarlo né volle indirizzargli la parola. Il suo fratello di sangue allora gli disse il perché esso era abbandonato da tutti; e subito cominciò ad attristarsi del suo peccato, e facendo atto di vivo dolore per la trasgressione commessa, uscì da questo mondo.
Il suo corpo fu sepolto come avevo dato ordine.
Grande fu il turbamento di tutti i fratelli e ciascuno si affrettò a portarmi anche le cose più insignificanti, che la regola aveva sempre permesso di ritenere, temendo non si trovasse anche presso di loro qualche oggetto che li esponesse a tale castigo.
In capo a trenta giorni, però, io cominciai a provare nel mio cuore compassione pel fratello defunto, a pensare con gran dolore ai supplizi che doveva soffrire ed ai mezzi con cui poteva venire in aiuto. Feci dunque chiamare di nuovo Prezioso, il superiore del monastero, e gli dissi tristemente: “È molto tempo che nostro fratello morto soffre tra le fiamme e la carità domanda che si faccia qualche cosa per lui e che noi l’aiutiamoper quanto è da noi, perché sia liberato. Andate dunque e, a cominciare da quest’oggi, pensate a far offrire la S. Messa per lui, durante trenta giorni di seguito, e non lasciate passar nessun giorno senza che sia offerto pei suoi bisogni il Sacrificio salutare”.
Prezioso andò ed eseguì puntualmente i suoi ordini.
Assorbiti dalle varie e numerose occupazioni, non avevano pensato a contare i giorni, quando una notte il defunto si mostrò a Copioso, suo fratello di sangue. Questi vedendolo gli disse: “Che cosa vuol dire questo, fratello?... Come stai?...”. Il defunto rispose: “Fino ad ora stavo molto male, ma adesso sto bene”. Subito Copioso si recò al monastero per informare i fratelli. Questi contarono allora accuratamente e trovarono che il S. Sacrificio era stato offerto trenta volte per il defunto. Copioso non sapeva nulla di quanto i fratelli avevano fatto; e questi ignoravano la visione di cui Copioso era stato favorito. Così fu constatato che il giorno della visione corrispondeva a quello del trentesimo sacrificio e si comprese che era stata la S. Messa che aveva liberato il defunto dalle sue pene».
Fino qui S. Gregorio.
I fedeli, venuti a conoscenza di questo favore, ne dedussero come conseguenza che questa pia pratica doveva essere particolarmente accetta a Dio, e capace di ottenere, in altri casi, dalla Misericordia di Dio lo stesso favore. Così a poco a poco si introdusse nella Chiesa l’uso di far dire per i fedeli defunti trenta Messe, le quali in memoria di S. Gregorio furono dette Gregoriane, o trentenario gregoriano. Questa pratica si estese rapidamente in tutti i paesi; dottori la raccomandarono ed i fedeli vi trovarono un mezzo efficace per soddisfare la loro devozione verso i defunti e dare ai loro cari, che Dio aveva richiamati a sé, la più bella testimonianza del loro affetto e della loro carità. [Tale pratica] ebbe pure l’approvazione della Sacra Congregazione, che nel 1884 rispose ad una interpellanza, dicendo che i fedeli potevano avere piena fiducia in dette Messe. Del resto, vi è nulla in contrario. Dio per effetto della sua bontà, e per onorare il suo servo fedele che durante la sua vita ebbe una compassione grande per le anime del purgatorio, può dare una efficacia particolare alle Messe celebrate in tal modo.
Inoltre per la celebrazione di dette Messe non è affatto necessa ria la commemorazione di S. Gregorio e non è necessario che vengano celebrate in uno stesso altare, né da uno stesso sacerdote, ma è bensì necessario che vengano dette durante trenta giorni conse cutivi, senza altra interruzione che quella che può risultare dal l’incontro dei tre ultimi giorni della settimana santa, e devono venire applicate all’anima di cui si impetra la liberazione dalla divina misericordia. Le Messe Gregorianenon possono essere però [celebrate] per i vivi.
Neppure esse possono venire applicate in un solo giorno, essendo che in tal modo portano all’anima purgante bensì un soccorso più volte sollecito, ma non la liberano totalmente dal purgatorio, se il defunto avesse bisogno di suffragi più abbondanti di quelli che risultano dalla applicazione di trenta messe ordinarie, mentre il trentenario gregoriano è una pia pratica per liberare più facilmente dalle pene del Purgatorio.

Per i nostri defunti. Del Beato Giacomo Alberione