Il Purgatorio

Meditazioni sul Purgatorio di don Giacomo Alberione





6° Giorno: LE PENE DEL PURGATORIO II

Oltre la pena del danno, nel purgatorio vi è la pena detta del senso, 1 che proviene da altre sofferenze proporzionate ai debiti contratti con la Divina Giustizia. Tra queste pene, la dottrina universale della Chiesa, insegnata da S. Paolo, dai SS. Padri e dalla Liturgia, ricorda in modo speciale quella del fuoco. Riguardo a questo fuoco, la Chiesa non ha definito di che natura esso sia, e cioè: se esso sia un fuoco materiale o al tro patimento dell’anima somigliante in qualche modo al fuoco: fuoco cioè in senso metafisico, in quanto indica pene che rassomigliano all’azione espiatrice e purificatrice del fuoco. S. Tommaso dice chiaro che è fuoco corporeo e materiale; anzi aggiunge: il fuoco del purgatorio è il medesimo che è acceso nell’inferno.

Inoltre, rispondendo all’obiezione che un fuoco corporeo non sembra poter ardere un’anima spirituale egli dice: Se l’anima nostra può star unita sulla terra al corpo che è materiale, e subirne influsso, potrà benissimo nell’altra vita restar unita al fuoco del purgatorio come l’agente al paziente.

S. Agostino (nel De Civitate Dei) dice: «In uno stesso fuoco si purifica l’oro e si consuma la paglia; sotto la stessa trebbia si infrange la stoppia e si monda il grano; sotto lo stesso torchio si spreme l’olio e la morchia, senza che si confondano insieme; così, un fuoco solo ed uguale prova e purifica i buoni nel purgatorio; mentre nell’inferno castiga e tribola i malvagi».

Il fuoco della terra venne creato pei nostri usi dalla Divina Provvidenza: e tuttavia è creduto uno dei maggiori supplizi l’essere arsi vivi, come toccò a tanti martiri. Ora, che sarà restare non pochi momenti, ma giorni e giorni, mesi e anni, in quelle fiamme? Tanto più quando si tratta di persone così delicate e sensibili che non vogliono neppure sentire il minimo disturbo? E che nella notte si ribellano ed eccedono in iscandescenze perché un leggero disturbo viene a interrompere il loro sonno?

S. Agostino afferma che il fuoco dell’inferno è così ardente che il fuoco che noi usiamo sulla terra è come dipinto sopra una parete: fuoco quindi su cui possiamo scorrere la mano senza scottarci. Dunque ugualmente si deve dire: il fuoco della terra in confronto al fuoco del Purgatorio è come un fuoco dipinto!

Ecco l’espressione di S. Bellarmino: «Pregate così: Signore, io non vi chiedo che liberiate quelle anime, non lo consente la vostra giustizia. Io vi dico solo: invece che farle ardere nel purgatorio, mandatele nella più ardente fornace. Di questa preghiera le anime purganti, continua il Bellarmino, vi saranno eternamente riconoscenti, poiché anche una fornace di 800 gradi è quasi tiepida in confronto degli ardori del purgatorio». Così ragiona questo dotto Gesuita, tanto a suo giudizio è l’ardore delle fiamme in purgatorio. E pensare che noi non possiamo tener cinque minuti una mano su una candela accesa, una mano in una stufa ardente, una mano anzi sulla bocca di una fornace accesa.

Una sera, mentre la beata Caterina da Racconigi stava coricata in letto, assalita dalla febbre, si mise a pensare agli ardori del Purgatorio; rapita in estasi, di lì a poco, fu condotta da nostro Signore in quel luogo di pena. Mentre osservava con terrore quegli ardenti braceri e quelle fiamme divoratrici, in mezzo alle quali sono trattenute le anime che hanno ancora da espiare qualche fallo, udì una voce che le disse: Caterina, affinché tu, con maggior fervore, possa procurare la liberazione di queste anime, sperimenta per un istante sul tuo capo le loro sofferenze. In quel mentre una favilla di quel fuoco andò a colpirla nella guancia sinistra. Le consorelle, che si trovavano vicino a lei per curarla, videro benissimo questo fatto e, nello stesso tempo, osservarono con orrore che il viso di lei si gonfiò in maniera spaventosa, mantenendosi per più giorni in quello stato. La Beata raccontava alle sue sorelle che tutti i patimenti sofferti da lei fino a quel momento (ed erano stati molti), erano nulla a paragone di quello che face va soffrire quella scintilla. Fino a quel giorno erasi sempre occupata, in modo speciale, di sollevare le anime purganti, ma d’allora in poi raddoppiò il fervore e l’austerità, per ac celerare la loro liberazione, poiché sapeva, per esperienza ormai, il gran bisogno che quelle anime hanno d’essere sottratte ai loro supplizi.

A Zamora, città del regno di Leon in Ispagna, viveva, in un convento di Domenicani, un buon religioso, il quale era legato con stretta e santa amicizia ad un Francescano, uomo, come lui, di gran virtù. Un giorno in cui s’intrattenevano fra loro di cose spirituali, si promisero scambievolmente che il primo che fosse morto, sarebbe apparso all’altro, se così a Dio fosse piaciuto, per informarlo della sorte toccatagli nell’altro mondo.

Morì prima il Francescano e, fedele alla sua promessa, apparve un giorno al religioso Domenicano, mentre stava preparando il refettorio. Dopo averlo salutato, con straordinaria bene volenza, gli disse di essere bensì salvo, ma che gli restava ancora molto a soffrire per un’infinità di piccoli falli, dei quali non s’era abbastanza pentito in vita. Indi soggiunse: Niente v’ha sulla terra che possa dare un’idea delle mie pene.

E perché il Domenicano ne avesse una prova, stese la destra sulla tavola del refettorio, dove l’impronta rimase sì profonda, come se vi avessero applicato sopra un ferro rovente. È facile immaginare la commozione del Domenicano alla vista di tale spettacolo! Questa tavola si conservò a Zamora fino alla fine del secolo passato, in cui le rivoluzioni politiche la fecero sparire, insieme con tanti altri ricordi di pietà, dei quali abbondava l’Europa.

PRATICA: Oggi esercitiamoci in qualche penitenza e specialmente nell’esattezza ai nostri doveri quotidiani in suffragio dei Defunti.

GIACULATORIA: Eterno divin Padre, vi offro le indicibili pene della incoronazione di spine del vostro Figliuolo Gesù, pel sollievo e la liberazione delle Ss. Anime del Purgatorio.

FRUTTO
La Chiesa è tanto persuasa della verità del Purgatorio che approvò un istituto eretto solo a questo scopo: suffragare i defunti. È bene conoscerlo: le «Ausiliatrici del Purgatorio». Si tratta di anime che fanno di questa santa opera la loro missione: lo scopo della loro verginale esistenza! Noi non siamo chiamati a tanto? Ebbene, se esse vivono per suffragare, noi almeno non viviamo enza suffragare. Impariamolo.

Nel seno della Chiesa è sorta un’istituzione religiosa, una famiglia di anime consacrate a Dio col vincolo dei voti della Religione, che ha unicamente di mira lo scopo di sollevare le povere anime dei fedeli defunti, col sacrificio totale della loro vita. Cresce nel giardino della Chiesa questo nuovo albero, destinato a dare i più bei frutti di opere sante e meritorie, per la maggior gloria di Dio e per la salute delle Anime del Purgatorio. Era riserbato ad una vergine, umile e modesta, sconosciuta agli occhi del mondo, ma grande agli occhi di Dio e della Vergine SS. di cui era tenerissima amante, alla signorina Eugenia Maria Smet, più comunemente conosciuta sotto il nome di Madre Maria della Provvidenza, fondare tale istituzione.
Questa figlia di benedizione ebbe i suoi natali a Lilla, il 25 marzo 1825. Suo padre Enrico Smet apparteneva ad una delle famiglie più onorevoli della città; sua madre, Paolina de Montdhiver, era allevata alla più antica aristocrazia del Nord della Francia. Findal momento in cui l’anima sua si aprì alle prime impressioni dell’infanzia, ella parve sentire la potente voce dei morti: quella voce a cui si rimane così sordi nel mondo, e che pure dalla profondità del Purgatorio s’innalza senza posa verso i vivi incuranti. Sovente la si sorprendeva, in mezzoai divertimenti più rumorosi, farsi tutto ad un tratto seria e pensierosa e: «A chi pensi?» la si interrogava. «Penso alle anime del Purgatorio; queste anime sono in una prigione di fuoco e Dio, che ve le tiene rinchiuse, non domanda altro, da noi, che una preghiera, per aprire loro le porte; e noi non la facciamo».
L’ingenua piccina però la faceva sovente e di cuore e, non contenta di pregare, offriva ancora al Signore, in suffragio delle povere Anime, i piccoli sacrifici proprii: «E questo vada per le anime del Purgatorio», la si udiva mormorare ogni qualvolta aveva qualcosa da soffrire.

Alla divozione per le Anime Purganti accoppiava fin da quella tenera età una divozione non meno grande per Maria SS. Ella amava tanto la Vergine Santa e studiava tutti i modi per dimostrarle il suo grande amore, non solo colle parole, ma ancora colle opere. Per trattenersi con maggior comodità e più sovente con la Vergine Santa, trasformò la sua cameretta in oratorio e, postovi nel luogo più in vista una statua della Madonna, passava le ore libere della giornata in dolci sfoghi colla Vergine del suo cuore, mettendola a parte delle sue gioie e delle sue pene. E chi ci potrà dire le intimità, che si stabilirono in quei santi colloqui, tra la Madre e lfiglia? Comunque sia, noi sappiamo che fu ai piedi di quella venerata effigie di Maria (che Eugenia divotamente invocava sotto il titolo di Nostra Signora della Provvidenza e Regina del Purgatorio) che concepì e maturò il grande disegno di creare una associazione religiosa, che si proponesse come scopo principale (per non dire unico) il sollievo delle Anime del Purgatorio, per mezzo della preghiera, delle sofferenze e delle buone opere. E quando, dopo infinite difficoltà, sormontate con un coraggio invincibile e con una costanza senza pari, riuscì a dar vita rigogliosa e potente all’Istituto delle Religiose Ausiliatrici delle Anime Purganti, volle, con religioso e riconoscente pensiero, farne consacrazione alla sua celeste Protettrice e nominarla, in sua vece, Superiora perpetua, riversando su di Lei tutti i pesi e le responsabilità di tanta carica. La Vergine SS. gradì la sua figliale confidenza e si compiacque di dimostrarglielo visibilmente con grazie speciali. Uno degli ultimi atti di questa anima grande fu ancora un atto di amore e di riconoscenza verso la Vergine SS.; non bastava di averla eletta superiora e sovrana del suo Istituto col consacrarlo a Lei, volle ancora offrirle un brillante diadema che fosse come segno esteriore della sovranità: il cielo le venne in aiuto, ispirando a persone ricche e generose di spogliarsi dei loro gioielli, per farne regalo alla Vergine SS. In tal modo la pia Fondatrice poté, prima di morire, presentare alla Vergine del Purgatorio due magnifiche corone, di cui una era di oro, l’altra di diamante. La Madre Maria della Provvidenza, ché tale era il nome che assunse in religione, passò santamente da questa vita all’altra il 7 febbraio 1871, dopo aver avuto la consolazione di vedere le sue figlie stabilirsi in diverse parti del mondo, a maggior sollievo delle Anime sante del Purgatorio.
Se vogliamo molte grazie in vita, specialmente grazie di farci santi, liberiamo molte anime dal Purgatorio.

Per i nostri defunti. Del Beato Giacomo Alberione