Il Purgatorio

Meditazioni sul Purgatorio di don Giacomo Alberione





4° Giorno: ESISTENZA DEL PURGATORIO

Il Concilio di Trento è la voce solenne della Chiesa, che ha proclamato, contro le stolte novità dei Protestanti, la dottrina della Scrittura e della Tradizione tutta, dai primi secoli ad oggi. Esso ha definito: che esiste il Purgatorio e che le anime colà detenute possono venire aiutate dai suffragi dei fedeli, particolarmente dal Santo Sacrificio della Messa.

In una delle battaglie che Giuda Maccabeo combatté per la legge di Dio e pel suo popolo, caddero anche alcuni Giudei. Andato poi Giuda per seppellire i cadaveri, trovò loro indosso cose che erano state offerte agli idoli, e che essi, contro il divieto della legge, si erano appropriate nella espugnazione della città di Jamnia. A tale scoperta tutti supplica rono il Signore di voler porre in dimenticanza il peccato commesso. Giuda esortò i soldati a conservarsi senza peccato; poi fece una colletta per i caduti; raccolse dodici mila dramme d’argento, che mandò a Gerusalemme perché venisse offerto un sacrificio per i peccati di quei defunti. Con ciò egli dava una chiara prova della sua fede nella risurrezione dei morti. Ma di più la Scrittura conchiude la narrazione del fatto con queste parole: «Santo, dunque, e salutare è il pensiero di pregare per i defunti, affinché vengano sciolti dai loro peccati».

Giuda, dunque, ed i soldati suoi, ed i sacerdoti che offrivano il sacrificio, credevano al purgatorio ed al valore delle preghiere fatte pei defunti. E il Signore, vero Autore della Sacra Scrittura, chiama tale pratica santa in sé, utile a salvare quelle anime.

Nostro Signor Gesù Cristo ci ha parlato di alcuni peccati che non si possono perdonare né in questa né nell’altra vita. È chiaro dunque che il Divin Maestro supponeva buona e certa la fede di coloro che credevano potersi certi peccati scancellare nella vita futura. Non sono essi i peccati mortali, sono invece i veniali.

Nel memoriale presentato dai Padri latini al Concilio di Firenze è riportato il passo di San Paolo: «Il giorno del Signore (quello del giudizio) farà conoscere l’opera di ciascuno, perché essa si rivelerà nel fuoco, e il fuoco proverà qual è l’opera di ciascuno. Se l’opera innalzata da qualcuno sul fondamento sussiste, egli riceverà la sua ricompensa. Per lui esso sarà salvo, ma come per il fuoco» (1Cor 3,10s.). Un commentario breve provava che queste parole non si riferivano ai beati, che non saranno toccati dal fuoco, né ai dannati, che non possono più essere salvati; ma alle anime purganti, cioè imperfette.

Tertulliano voleva anzi intesa del Purgatorio la parabola che dice essere il servo crudele rinchiuso in carcere finché paghi anche l’ultimo quadrante, non in eterno.

Buona parte dei cristiani che passano all’eternità, fu scritto, non è così malvagia da meritare l’inferno, sebbene abbia pure delle colpe. Neppure essi sono tanto santi da trovare subito aperte le porte del cielo, sebbene abbiano servito a Dio con qualche fedeltà.

Ed allora? Se non merita l’inferno, se non può subito entrare in paradiso? rimane soltanto che vi sia una terza condizione: un luogo dove l’anima che pure è già buona e che è spirata nella grazia di Dio, finisca di rendersi del tutto monda, del tutto lucente, del tutto degna di Dio!

Fra gli Atti dei martiri, sono da riporsi gli Atti di Santa Perpetua, scritti in gran parte dalla Santa stessa durante la sua prigionia. In questi atti, che risalgono al terzo secolo, noi troviamo espressa esplicitamente la fede nel Purgatorio e l’efficacia della preghiera pei defunti. Citiamo qui, per intero, il passo che si riferisce a questo argomento. La Santa, dopo aver parlato delle circostanze della sua cattura e dei primi giorni passati nel carcere, in compagnia di altri santi confessori della fede, così prosegue: «Mentre un giorno eravamo tutti in preghiera, m’accorse sulle labbra il nome del mio Dinocrate e rimasi stupita di non essermi mai, fino a quel punto, ricordata di lui. M’afflisse il pensiero, che allora mi sorse in mente, della sua infelicità e conobbi, in pari tempo, che io ero degna di pregare per lui e che dovevo farlo. Incominciai quindi ad orare fervorosamente gemendo davanti a Dio e nella notte ebbi questa visione. «Vidi Dinocrate uscire da luoghi tenebrosi, dove molti altri albergavano con lui; era egli tutto arso e divorato dalla sete, sordido in volto, di aspetto pallido e colla faccia ancora corrosa dall’ulcere, di cui perì. Dinocrate era mio fratello secondo la carne: in età di anni sette morì di un cancro al volto, che lo rendeva oggetto di orrore a quanti lo rimirava no. Per lui avevo pregato. Parevami, adunque, che una gran distanza corresse fra lui e me, in modo che fosse impossibile appressarci l’una all’altro. Vicino a lui vidi un bacino pieno d’acqua, l’orlo del quale era più alto della persona del fanciullo; questo sollevavasi, quanto più poteva, per bere e dissetarsi; ma benché vi fosse stata acqua in abbondanza, non poteva attingere pur una stilla, il quale supplicio, forte pungeami.

«In questo frattempo io mi svegliai e da tutto ciò conobbi che mio fratello trovavasi in istato di pena e sperai di poter nelo sollevare. Incominciai dunque a pregare Dio giorno e notte con lacrime e sospiri, perché mi concedesse la grazia della sua liberazione; continuai le preghiere finché fummo trasferiti nella prigione del campo, per servire di pubblico spettacolo nella festa di Cesare Geta. Il giorno in cui fummo avvinti in catene, per essere condotti alla festa, io ebbi un’altra visione, nella quale scorsi il medesimo luogo, visto la prima volta, e Dinocrate col corpo mondo, rivestito di splendide vesti e senza neppure una lieve cicatrice nel posto dell’antica piaga. L’orlo del bacino s’era abbassato fino al l’ombelico del fanciullo e presso di lui stava un’ampolla d’oro, per attingere acqua. Dinocrate avvicinato, incominciò a bere di quell’acqua, senza che essa scemasse, e, quando ne fu satollo, abbandonò, tutto ilare, il bacino, per andar a giuocare, com’è costume nei fanciulli di quell’età. In quel mentre mi svegliai e compresi da ciò che mio fratello era ormai libero da ogni pena».

Nel secolo V, S. Agostino rende omaggio alla pietà di sua madre, S. Monica, con uno splendido passo delle sue Confessioni che qui citiamo, che ci dimostra la fede ch’egli aveva nel Purgatorio e quanto sperasse dalle preghiere fatte per la madre sua.

«Un giorno la mia diletta madre, assalita da improvvisa debolezza, perdette i sensi; quando accorremmo in suo aiuto, essendo ritornata in sé, guardò tutti noi, che la circondavamo, riconobbe me e mio fratello e, con voce piangente, ci disse: Dov’ero io? E poiché ci vedeva inerti ed oppressi dal dolore soggiunse: Qui, o figli miei, lascerete vostra madre. Io non risposi, ché il pianto m’impediva di parlare, ma mio fratello, con parole di conforto, le disse sperare che avrebbe avuto la sorte di riposare sulla terra dei padri suoi. Ella fissatolo con sguardo triste, per mostrargli che aveva tutto compreso, volse gli occhi sopra di me, e mi disse: Senti cosa ha detto? e poco dopo, rivolgendosi ad ambedue: Voi porterete questo corpo in luogo dove meglio vi piacerà; non ve ne prendete pensiero; l’unica preghiera che vi rivolgo è che dovunque vi troverete vi ricordiate di me nel Sacrificio divino».

Su di che S. Agostino fa queste belle riflessioni: «Ora che il primo dolore prodotto dall’affetto naturale è passato, io vi loderò, o Signore, in nome della vostra serva, altre la grime spargerò dinanzi a voi, che non siano della carne, bensì dello spirito, lagrime che fluiscono dal ciglio sponta nee quando si pensi al pericolo, nel quale si trovano le anime che peccarono in Adamo. Quantunque la madre mia sia stata vivificata in Gesù Cristo e sia vissuta nella carne glorificando sempre il vostro santo nome, col fervore della sua fede e colla illibatezza dei suoi costumi, nondimeno io non ardisco affermare che, dal giorno in cui voi, o mio Dio, la rigeneraste col santo Battesimo, non sia uscita dalle sue labbra alcuna parola contro i vostri comandamenti. Poiché voi non desiderate la ricerca dell’iniquità, nutro fiducia figliale che la madre mia abbia trovato misericordia davanti al vostro cospetto. Perciò, o Dio del mio cuore, io lascio da parte, a bella posta, le opere sante fatte dalla mia diletta genitrice, e delle quali mi consolo, rendendo a voi grazie infinite, per dimandarvi solo il perdono dei suoi peccati. Esauditemi, ve ne scongiuro, per le ferite sanguinose di Colui che morì per noi sul legno infame e che ora, assiso alla vostra destra, intercede per gli uomini.

«Ricordatevi che, nel momento del suo passaggio all’altra vita, la vostra serva non pensò a far rendere al suo corpo funebri onoranze, con splendide esequie o con profumi preziosi, non domandò un sepolcro superbo, né di essere trasportata in quello che aveva fatto costruire in Tagaste, sua patria; ma solo volle che noi ci fossimo ricordati di lei dinanzi ai vostri santi altari, nel mistero sublime al quale ogni giorno ella prese parte, poiché sapeva che in questo si dispensa la Vittima immacolata, il sangue della quale ha annullato la sentenza fatale della nostra condanna.

«Ch’ella adunque, o Signore, riposi in pace, presso le ossa del suo consorte, accanto a colui, al quale rimase fedele nelle gioie della verginità e nelle tristezze della vedovanza, accanto a colui di cui erasi fatta serva per guadagnarlo a voi colla sua pazienza salutare.

«E voi, o mio Dio, ispirate ai vostri servi, che sono miei fratelli, ispirate ai miei figli spirituali, che sono miei maestri (poiché il mio cuore, la mia voce, i miei scritti sono al loro servizio), ispirate a tutti quelli, che leggeranno queste mie parole, di ricordarsi dinanzi ai vostri altari di Monica vostra serva e di Patrizio, suo sposo. Furono essi che m’introdusse ro nel mondo; fate dunque che tutti coloro, che vivono fra la luce ingannevole di questo secolo, si ricordino piamente de’ parenti miei, affinché l’ultima preghiera di mia madre morente sia esaudita, anche più di quel che desiderava; non abbia essa a ricevere soltanto il soccorso delle mie preghiere, ma pure quelle di molti altri».

«Ci liberaste dai nostri persecutori e confondeste quelli che ci odiavano» (Sal 43). Queste furono le parole che all’illustre S. Nicola da Tolentino indirizzavano le anime che aveva liberate offrendo per esse il Sacrificio della Messa. «Una delle più grandi virtù di questo ammirabile servo di Dio, dice il Padre Rossignoli, fu la sua carità, il suo attacco alla Chiesa sofferente. Per essa sovente digiunava a pane ed acqua, crudelmente si flagellava ed attorno ai reni si metteva una corona di ferro strettamente serrata. Quando a lui si aprì il Santuario e si volle farlo Sacerdote, indietreggiò dinanzi a quella sublime dignità, e ciò che finalmente lo decise a la sciarsi porre le mani, fu il pensiero che, celebrando ogni dì, avrebbe potuto con maggior efficacia giovare alle care anime del Purgatorio. Da parte loro le anime che con tanti suffragi sollevava, più volte gli apparvero per ringraziarlo o per raccomandarsi alla sua carità».

GIACULATORIA: Padre Eterno e Misericordioso, io vi offro l’Agonia e sudore di sangue di Gesù nell’orto per le sante anime purganti.

PRATICA: Evitare oggi le parole inutili e vane e fuori tempo, esercitandoci invece in brevi preghiere per le anime purganti.

FRUTTO
Atto eroico di carità verso i morti
Il padre teatino Gaspare Oliden di Alcalà, infiammato di zelo pel suffragio delle anime del Purgatorio, insinuò colla voce e colla stampa una pratica antica in sostanza, ma nuova nella forma, quella cioè di fare una spontanea oblazione di tutte le opere soddisfattorie che si fanno in vita e dei suffragi che si possono avere dopo morte, a pro delle anime purganti.
Benedetto XIII con suo Breve del 23 agosto 1728 approvò solennemente tale pratica, e la arricchì di privilegi. Pio VI confermò tali concessioni e Pio IX con decreto Urbis et Orbis, del 30 settembre 1852, dichiarò solennemente la utilità e la eccellenza di questa divozione.
Questo atto di carità fu anche praticato e raccomandato da due celebri Gesuiti, il P. Moncada ed il Padre Ribadeneira, nonché dal P. Maestro Fr. Giacomo Bacon, da S. Gertrude, da S. Liduina, da S. Caterina da Siena, da Santa Teresa, dal Ven. Ximenes, e più da S. Brigida.
I tre privilegi sono:
1. I sacerdoti godono l’indulto dell’Altare privilegiato personale,per tutti i giorni dell’anno
2. I fedeli possono lucrare l’indulgenza plenaria applicabile solamente ai defunti in qualunque giorno che si accostino alla SS. Comunione, purché visitino una qualche chiesa o pubblico oratorio e vi preghino secondo la mente di Sua Santità.
3. Similmente possono lucrare la indulgenza plenaria in tutti i lunedì dell’anno ascoltando la S.Messa in suffragio delle anime purganti ed adempiendo le altre suaccennate condizioni.

Osservazioni su detto voto
Giova avvertire:
1° che per fare questo voto non è necessario pronunziare la formula che segue,ma basta averne la volontà ed emetterlo nel cuore;
2° che esso non obbliga sotto pena di peccato;
3° che per esso alle anime purganti non si cede se non il frutto soddisfattorio personale di ciascuno, il che punto non impedisce che i sacerdoti possano applicare la Santa Messa all’intenzione di quelli che loro diedero l’elemosina; 4° che per esso voto tutte le indulgenze che sono concesse o si concederanno in avvenire possono applicarsi alle anime purganti; 5° che per concessione di Pio IX (20 novembre 1854), coloro che non possono ascoltare la S. Messa nei lunedì, possono far valere quella che ascoltano nella domenica; 6° che tale offerta sipuò revocare quando si creda.

FORMOLA
Signore, io vi offro in unione al Sangue di Nostro Signor Gesù Cristo tutto il valore di tutte le mie opere buone e di quelle che saranno fatte per me dopo la mia morte, a vantaggio e liberazione delle anime sante del Purgatorio

Per i nostri defunti. Del Beato Giacomo Alberione