Il Purgatorio

Meditazioni sul Purgatorio di don Giacomo Alberione





3° Giorno: IL PURGATORIO ESISTE

Lutero, uno contro tutti, cristiani e pagani, negò il Purgatorio: ma dovette, nella sua sconfinata superbia, dichiarare: «Per mille e trecento anni nella Chiesa sempre si è pregato pei defunti; ma tutti (!) sono caduti in errore, perciò io dico di non imitarli». È dunque chiara, anche per i più ostinati, la fede universale e perpetua nel purgatorio, che sempre ebbe la Chiesa Cattolica.

Origene dice che i giusti non vanno generalmente subito al cielo; «essi si portano in un luogo dove vi ha un battesimo di fuoco. Non tutti però soffrono ugualmente in quel fuoco».

S. Agostino, nel suo libro La città di Dio, dice: «Il Signore purifica sulla terra gli eletti con molte tribolazioni; ma se essi passano all’eternità non del tutto mondati, dovranno subire pene temporali». Queste pene temporali egli contrappone alle pene eterne dell’inferno.

S. Gregorio Magno, nei suoi Dialoghi, parla di molte apparizioni d’anime del Purgatorio. Di lui così scrive il P. Faber: «S. Gregorio Magno può essere considerato come il promotore ed il padre della divozione che si suscitò nei secoli posteriori per le anime purganti». Il P. Lefebvre era solito dire che S. Gregorio Magno doveva essere amato ed onorato dai fedeli per molte ragioni, ma soprattutto perché aveva esposta tanto chiara e in modo assai commovente la dottrina del Purgatorio. Se egli non avesse parlato con tanta eloquenza di quelle anime, la divozione verso di esse sarebbe stata assai meno ardente.

Citeremo un passo di S. Gregorio Magno dei suoi Dialoghi: «Quando io ero giovane ed ancora laico, scrive il santo Papa, udii narrare dai vecchi che erano ben informati, come il diacono Pascasio apparve a Germano, Vescovo di Capua. Pascasio, diacono di quella sede apostolica, e del quale possediamo gli eccellenti libri sopra lo Spirito Santo, era uomo d’eminente santità, dedito alle opere di carità, tutto zelo pel sollievo dei poveri, ed affatto dimentico di se stesso. Essendo sorta una contestazione riguardo ad una elezione pontificale, Pascasio si separò dai vescovi ed abbracciò il partito di colui che l’episcopato non aveva approvato. Ora, ben presto egli morì, con una riputazione di santità da Dio confermata con un miracolo: una luminosa guarigione avven ne il giorno dei suoi funerali al semplice contatto della sua dalmatica.

«Molto tempo dopo, Germano, vescovo di Capua, fu dai medici inviato ai bagni di Sant’Angelo negli Abruzzi. Quale non fu il suo stupore nel trovare colà lo stesso diacono Pascasio, in uno stato di espiazione! “Io qui, disse l’apparizione, espio il torto che ebbi di schierarmi nel cattivo partito. Ve ne supplico, pregate per me il Signore; saprete che foste esaudito dal punto che più non mi vedrete in questi luoghi”. «Germano cominciò a pregare pel defunto, e al termine di alcuni giorni, essendo ritornato, inutilmente cercò Pascasio, che era scomparso.

«Non ebbe, conclude S. Gregorio, che a sostenere un temporaneo castigo dopo questa vita, avendo peccato per ignoranza e non per malizia».

Tutte le Chiese dell’antichità hanno nelle singole liturgie, le preghiere per i morti. Così la Chiesa di Gerusalemme, di Alessandria, di Etiopia, di Costantinopoli; e specialmente la Chiesa di Roma, madre e centro di tutte le Chiese.

Ufficiature intere troviamo per i defunti; ma in modo particolare non manca mai, in nessuna Messa, uno speciale “Memento” cioè una speciale memoria per i defunti.

Dante, il grande Poeta, è da considerarsi come l’interprete e lo specchio della fede del suo tempo, che egli canta in modo così meraviglioso. Riassumendo nella sua Divina Commedia le pie credenze del suo tempo, espone coi canti più soavi e colle più toccanti descrizioni le colpe, le pene, le speranze di quelle anime.

Ma sulla fede della Chiesa e dei cristiani, non richiedesi fatica a comprendere; e talvolta gli stessi protestanti sono stati sforzati dal cuore e dalla fede: furono trovati a pregare sopra la tomba dei loro cari, di una sposa, di una madre, di un amico. Del resto chi non ha culto pei defunti è creduto un crudele, un uomo che ha perduto il senso naturale dell’umanità.

S. Caterina da Genova nel suo trattato del Purgatorio scrive: «Al proposito del Purgatorio, l’anima separata dal corpo, non trovandosi in quella purezza nella quale fu creata, e vedendo in sé l’impedimento che non le può essere tolto se non per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta dentro e volentieri; e se non trovasse questa ordinazione, atta a levarle quell’impaccio, in quell’istante in lei si genererebbe un vero inferno, vedendo di non poter accostarsi (per l’impedimento) al suo fine, che è Dio, il quale le è tanto a cuore che in comparazione il Purgatorio è da stimarsi nulla, benché, come si è detto, sia simile all’inferno (Capo VII ).
«Più ancora dirò che io veggo Dio essere di tanta purezza che l’anima che abbia in sé un bricciolo di imperfezione, si getterà piuttosto nell’inferno che starsene così innanzi al Signore. E vedendo perciò il Purgatorio disposto per levare via le macchie, subito vi si getta entro e non vi vuol uscire se non purificata».

Tutti i popoli, guidati dall’istinto, hanno creduto che vi sono degli uomini che lasciano questo mondo non abbastanza puri per essere trasportati nella luce di Dio, né tanto colpevoli per esserne privati eternamente. Dunque è necessario che vi sia un luogo, nel quale possano dare l’ultima mano al loro abbigliamento, prima di comparire davanti a questo gran Dio che ha scoperto delle macchie negli Angeli suoi.
Quest’idea era troppo sublime, troppo umanamente religiosa, perché potesse sfuggire al genio ispiratore dei grandi poeti dell’antichità: Omero, Eschilo, Sofocle, Platone, Virgilio.

«La morte – scrive Platone – non è, parmi, che la separazione dell’anima dal corpo. Dopo questa separazione, l’anima compare davanti al giudice, che la esamina, senza tener conto del posto che occupava sulla terra. Spesso anzi, fosse anche l’anima del gran re dei Persiani, o di un altro re, o di qualche uomo possente, il giudice nulla vi scopre di sano.
L’anima, libera di seguire le proprie inclinazioni, si è immersa nella mollezza, nello stravizio, nell’intemperanza, nei disordini d’ogni specie, di guisa che la sua vita è un tessuto d’infamie. Ciò vedendo il giudice la condanna ignominiosamente alla prigione, dove deve subire i supplizi, che ha meritati.
Ne occorrono di due specie: quelli che sono ordinati affinché colui che giustamente li deve subire ne tragga profitto, diventando migliore; e quelli che hanno per iscopo di servire d’esempio agli altri e di muoverli a correggersi, col timore che loro ispirano. Ora coloro che gli dèi puniscono, affinché il castigo sia loro utile, sono infelici che hanno commesso colpe sanabili. Il dolore arreca loro un bene reale, perché non si può essere sciolti dall’ingiustizia che col mezzo suo. Ma per coloro che, avendo toccato gli estremi limiti del male, sono affatto incurabili, essi servono di esempio agli altri, senza che ne riportino alcun vantaggio, perché non sono suscettibili d’essere guariti, essi soffriranno eternamente supplizi spaventevoli».

Ecco una di quelle pagine, che hanno fatto chiamare Platone divino, avvegnaché non si sa qual cosa ammirare maggiormente: o l’intuizione del genio, che penetra sino al fondo delle cose, o la curiosità investigatrice, che trae la luce dagli avanzi più insignificanti della tradizione. Virgilio cammina sulle tracce di Platone. Egli canta in versi, d’una commovente bellezza, la sorte di quelle anime che sono troppo sante per essere precipitate nell’inferno, ma non lo sono abbastanza per essere introdotte nel puro Elisio. «A grado che i libri sacri dei popoli dell’Oriente hanno potuto essere letti, si è trovato nell’Egitto, nella Cina, nelle Indie e, in progresso di tempo, nelle due Americhe, l’intuizione o la tradizione di un luogo di purificazione, prima di essere ammessi definitivamente in Cielo. Intuizione sacra, o più veramente avanzo d’una rivelazione primitiva, e probabilmente l’una cosa e l’altra [vive]».

Ma non meno che intorno all’esistenza del Purgatorio è chiara ed esplicita presso a tutti la fede di potere noi vivi scendere in aiuto di quelle anime, che nel Purgatorio si trovano. Ed invero ciò è addimostrato efficacissimamente dalle usanze, che dappertutto si seguirono sempre a pro dei trapassati. Presso i Romani appena moriva qualcuno, si faceva tosto di tutto per accorrere in aiuto della sua anima col recitare speciali preghiere. Si implorava subito in suo pro il soccorso di coloro, che già si riputavano beati nel Cielo, col dire loro «Venite, o spiriti celesti, in suo aiuto»; lo si raccomandava caldamente agli Dei Mani coll’indirizzar loro queste od altre somiglianti parole: «Vogliate, o Mani santissimi, aver cura del mio defunto ed usargli massima indulgenza». Gli si augurava di gran cuore che le maggiori divinità gli avessero ad essere propizie col dire: «Gli dèi ti facciano del bene». Nel trasportare il cadavere dalla casa al tempio, oltre all’accompagnarlo con nere torce, che solo si usavano nei funerali, si cantava per istrada l’inno dei morti al suono dei flauti, e giunti al luogo sacro lo si incensava e si aspergeva coll’acqua lustrale, quindi portatolo al luogo della tomba, nell’atto stesso di rinchiuderlo entro, da tutti i circostanti ad alta voce ed a più riprese gli si dava l’eterno saluto, che in sostanza non significava altro che questo: Possa essere felice al più presto per tutta l’eternità.

Con questa stessa fede dappertutto si trova il massimo impegno per dare ai morti la sepoltura più onorata che fosse possibile. Ed ecco gli Egiziani innalzare a tal fine colonne, obelischi e piramidi, che anche oggi formano l’ammirazione del mondo. Ecco i Cinesi seppellire i loro congiunti nei loro giardini, all’ombra dei folti alberi. Ecco gli Etiopi fare delle statue entro le quali racchiudere le ceneri dei loro morti. Ecco gli Spartani non piantare vicino alle tombe che alberi d’ulivo in segno di misericordia e di pietà per i trapassati. Ecco i Greci ed i Romani stabilire necropoli, erigere mausolei e innalzare le tombe lungo le strade maestre e nei luoghi più frequentati. Ecco gli indigeni dell’America del Sud prostrarsi dinnanzi ai soldati spagnuoli, supplicandoli colle lacrime agli occhi a rispettare le tombe dei loro cari estinti. Ecco gli stessi selvaggi fuggenti davanti la pretesa civiltà ingle se, affaticati ed ansanti, costernati e grondanti di sudore, trasportare con religiosa pietà le ossa dei loro morti attraverso i deserti.

Ma oltre al dare una onorata sepoltura ai trapassati, tutti i popoli, dominati sempre dalla fede di poterli sempre aiutare nell’altra vita, seguirono ancora delle relative costumanze. Taluni, come gli Albani, che sono dei popoli più antichi della nostra cara Italia, erano soliti a portare le cose più preziose sopra i sepolcri dei loro parenti ed amici defunti; tali altri, come gli Ebrei, i Greci, ed i Romani, deponevano sopra le tombe dei trapassati della farina, del vino, e dell’olio; tali altri, come i Maomettani, mettevano nella cassa dei morti grande quantità di monete, credendo che loro potessero giovare, e spargevano sopra la loro tomba delle essenze odorose; tali altri, come i Groenlandesi, sotterravano coi morti i loro arnesi da pesca e da caccia, pensando che se ne potessero servire a loro pro; tali altri, come gli Americani, celebravano essi pure una grande festa in memoria di tutti i loro morti; tali altri, come i Romani, consecravano a loro speciale commemorazione un mese intero, il mese di febbraio, che fu chiamato così appunto da februa, ossia riti espiatori per i defunti.

Ma dove specialmente si conosce quanta fede abbiano avuto tutti i popoli di poter giovare alle anime dei loro trapassati, si è nei sacrifizi. Quel Platone, che vi ho già nominato, parlando di questi sacrifici dice che non solamente i privati sono obbligati a farli, ma che le città stesse devono guardarsi dal trascurarli, essendo essi di una grande efficacia per liberare i morti dai tormenti che soffrono. I Romani chiamavano questi sacrifici col nome di justa, volendo con tale parola, come dice Tito Livio, indicare che il fare sacrifici a pro delle anime dei morti è dovere di giustizia. Gli Indiani, i Cinesi, i Persiani, gli Assiri, i Fenici, i Cartaginesi, gli Etruschi, i Galli, i Germani, i Brettoni, e quanti altri popoli esistettero nell’antichità, sempre fecero sacrifici di espiazione a pro dei loro morti, poiché tutti credevano che il sangue della vittima, generalmente immolata sulle ceneri del defunto, avesse la virtù di sollevare e purificare l’anima sua dalle macchie, con cui era passata all’altra vita.

Le leggende di tutti i campi di battaglia e di tutti i luoghi, nei quali il delitto ha fatto scorrere sangue umano, ci parlano di pianti e di grida ascoltati durante la notte ed imploranti preghiere e suffragi. Per quanto vogliasi gridare alla superstizione, non mi par possibile escludere tutti i fatti di questo genere, che si trovano raccontati nelle storie, tanto più che buon numero di essi sono riferiti da autori seri ed imparziali; così Tritemio, nella Cronaca (a. 1508) racconta il fatto di numerosi soldati che comparivano ad alcuni religiosi sul campo di battaglia, dove erano periti, per implorare suffragi. E in un’opera più recente, La vita del P. Giuseppe Anchieta, soprannominato per il suo zelo «l’Apostolo del Brasile», si parla d’infelici assassinati che comparivano sulla sponda del lago, nel quale erano stati gettati i loro cadaveri, per ottenere suffragi, da un santo religioso dimorante in quei dintorni.

PRATICA: Recitate coll’Angelus anche il De Profundis al mattino, a mezzodì, a sera, per le anime purganti.

GIACULATORIA: Eterno Padre, Vi offro il Sangue di Gesù Cristo per i bisogni della Chiesa, in isconto dei miei peccati e per suffragio delle Anime Purganti.

FRUTTO
Segue ancora l’elenco delle varie persone che possono aver bisogno dei nostri suffragi nel Purgatorio. Particolarmente alla sera mettendoci a riposo ricordiamo: io riposo dolcemente in un letto soffice, quante anime, forse fra quelle a me care, passano queste ore su di un letto di fuoco, rassegnate, ma penanti! Diverse intenzioni(Segue)

58. Quella che ha più peccato per acconciature vane.
59. Quella che ha più peccato per bestemmie.
60. Quella che ha più peccato per rispetto umano.
61. Quella che ha più peccato per giudizi temerari.
62. Quella che ha più peccato per cattivi pensieri.
63. Quella che ha più peccato per distrazioni volontarie.
64. Quella che ha più peccato per la sua tiepidezza.
65. Quella che ha più peccato per la sua intemperanza.
66. Quella che ha più peccato per la sua immodestia.
67. Quella che ha più peccato per immodestia in chiesa.
68. Quella che ha più peccato per le sue bugie.
69. Quella che ha più peccato per i suoi furti.
70. Quella che ha più peccato per cattive confessioni.
71. Quella che ha più peccato per Comunioni sacrileghe.
72. Quella che ha più mancato per la noncuranza dei propri doveri.
73. Quella che ha più peccato per non aver assistito quando e come doveva alla S. Messa.
74. Quella che ha più peccato lavorando nei giorni festivi.
75. Quella che ha più trascurato di far elemosina.
76. Quella che mancò di rispetto ai parenti.
77. Quella che mancò di rispetto ai superiori.
78. Quella che mancò di rispetto ai maestri.
79. Quella che ha più peccato pubblicando o leggendo libri proibiti.
80. Quella che ha più peccato pubblicando o leggendo cattivi giornali.
81. Quelle che differivano la loro conversione.
82. Quelle che trascuravano di istruirsi circa i loro doveri.
83. Le anime dei Sommi Pontefici.
84. Quelle dei Vescovi.
85. Quelle dei superiori.
86. Quelle dei Sacerdoti.
87. Quelle dei Religiosi.
88. Le anime dei propri parenti.
89. I membri di qualche confraternita o associazione.
90. Quelli che hanno ammaestrata la gioventù.
91. Le anime dei Sovrani.
92. Le anime dei Principi e delle Principesse.
93. Le anime dei militari.
94. Le persone di qualche professione: medici, avvocati, ecc.
95. Le persone di qualche arte o mestiere: pittori, contadini, ecc.
96. Quelle che sono morte all’improvviso.
97. Quelle che han tardato a convertirsi fino al punto di morte.
98. Quelle che sono morte in buona fede fuori della Chiesa Cattolica.
99. Quelle che sono vissute nella nostra comunità o famiglia.
100. Quelle che sono vissute nella nostra parrocchia.
101. Quelle che hanno esercitata la medesima professione, arte o mestiere.
102. Quelle che hanno portato il nostro nome.
103. Quelle che hanno portato il nome del Santo di cui si celebra la festa.
104. Quelle che sono vissute nello stesso nostro paese, casa, camera, ecc.
105. L’anima di coloro che ci hanno più amato e forse troppo amato.
106. L’anima di coloro che abbiamo più amato.
107. L’anima che soffre in causa degli scandali che le abbiamo dati.
108. L’anima dei Sacerdoti che hanno avuto cura di noi nelle diverse epoche della nostra vita.
109. L’anima che fu più divota della Santa Eucaristia.
110. L’anima che ha mancato di zelo nella vocazione che aveva abbracciata.
111. L’anima che si lasciò vincere dalle colpe che noi stessi commettiamo.
112. L’anima che espia il tempo perduto in letture futili ed in vanità.
113. L’anima che ha mancato di bontà, di condiscendenza, d’amabilità.
114. L’anima maldicente, curiosa, leggera.
115. L’anima che non aveva confidenza in Dio.
116. L’anima che pregava con troppa fretta.
117. L’anima dei Religiosi e delle Religiose tiepidi nel servizio di Dio.
118. L’anima che propagò con zelo le buone letture.
119. L’anima che fu troppo attaccata al suo amor proprio.
120. L’anima che si lasciava dominar dagli scrupoli, non obbedendo al suo confessore.
(Da Filotea per i Defunti).

Per i nostri defunti. Del Beato Giacomo Alberione