Il Purgatorio

Meditazioni sul Purgatorio di don Giacomo Alberione





22 NOVEMBRE. LA PENITENZA E L'ELEMOSINA

La mestizia di novembre c’invita a pensare e suffragare i morti. Il cielo è nuvoloso, gli alberi spogliati e la terra ricoperta delle loro foglie. Freddo e melanconico, il vento soffiaattraverso queste rovine. Niente sorride; tutto sembra piangere. La Chiesa sceglie questo momento per farci piangere sui nostri morti. Essi pure hanno vissuto; essi hanno visto dolci aurore e contatti giocondi; tutti ora sono preda della tomba. Ma la tomba non è abbastanza profonda per derubare l’uomo ai rigori della divina giustizia. Avanti di fare un passo irrevocabile, di passare la soglia sì ardentemente desiderata del l’eterna beatitudine, migliaia di anime hanno da purificarsi nelle fiamme espiatrici. Una regione dolorosa le aspetta, le riceve e le custodisce con una sorveglianza gelosa. Nessuno uscirà senza avere pagato con moneta d’angoscia fino al suo ultimo spicciolo.
Nel numero di questi esiliati dal cielo e dalla terra, languiscono nostri amici e nostri fratelli. Le loro voci lamentevoli salgono verso noi, notte e giorno: «Un’anima nell’ango scia, uno spirito tormentato grida verso di te».

Ma il rumore degli affari, del lusso e delle allegrie, il chiasso dei nostri piaceri coprono queste voci, meravigliate di non essere udite da coloro che pretendevano amare ed avevano loro giurato, nel momento della separazione, un eterno ricordo.

Compassionevole per le dimenticate e i dimenticati, la Chiesa impone silenzio ai suoni festevoli, alle cadenze del ballo, ai rumori della vita. Attraverso ad un manto di dolore essa tende la mano alle nostre elemosine e dice singhiozzando: «Per le anime del Purgatorio!». Ma quali viscere non fanno commuovere? Vi è forse una miseria più grande? Ove trovare miserabili più sfortunati e più simpatici? Non siamo loro uniti con i legami dell’umiltà, della religione, della società, della famiglia e del sangue? Stanno esse lontane dai nostri cuori, perché non sono davanti ai nostri occhi? La minima delle loro sofferenze qui ci faceva piangere, ed ora, ch’esse provano un immenso dolore, restiamo insensibili? Un giorno, non sarà più per gli altri, che la nostra santa Madre Chiesa tenderà la mano; sarà per noi. Quale diritto avremo alla compassione dei nostri fratelli, se noi siamo stati senza pietà? Crudeli ci saranno allora i dolori dell’abbandono: «paese dell’oblio».

L’amicizia, la giustizia, l’interesse ci obbligano dunque a pregare per le anime del Purgatorio. Diamo loro largamente; grandi sono i loro bisogni, e noi siamo tanto potenti per suffragarle, mentre esse sono incapaci di farlo. Noi abbiamo dei tesori fra le mani, e basta aprire queste per effondere quelli. Oh, sì, preghiamo molto per le anime del Purgatorio! Ogni preghiera, soprattutto se è arricchita d’indulgenze, ogni buona opera fatta per esse diminuisce l’intensità dei loro dolori, abbrevia la durata delle loro pene, anticipando la loro liberazione. Un’ora di più in Paradiso, un’ora di più per possedere Dio, per amare Dio in tutta la potenza dell’affetto, chi può dire quanta gioia e felicità apporta a quelle anime? Se abbiamo qualche influenza intorno a noi, Sacerdoti, Religiosi, madri di famiglia, Superiori di comunità, stabiliamo l’uso di pregare, soffrire ed operare per i morti. Ciò che stabiliremo sarà per noi una sorgente di felicità anche dopo la nostra morte. La Teologia c’insegna che ogni qualvolta si fa un’opera pia, della quale abbiamo posto la causa durante la nostra vita, la nostra gloria accidentale si aumenta nel Cielo, e se siamo in Purgatorio la nostra pena diminuisce. Così, abbiamo in una Parrocchia stabilito il Rosario? abbiamo abituato i nostri figli a pregare sera e mattina, a visitare gli ospedali, a fare l’elemosina ai poveri? abbiamo insegnato qualche preghiera ad un ignorante? Ogni volta che in questa Parrocchia sarà recitato il Rosario, ogni volta che i nostri figli praticheranno una delle virtù che abbiamo loro insegnate, risentiremo una nuova gioia, la gioia di vedere Dio glorificato a causa nostra.

Preghiamo dunque molto per queste care anime; acquistiamo per esse molte indulgenze. Sappiamo, del resto, che «basta, dice S. Alfonso, per divenire un santo, acquistare più indulgenze che sia possibile». «Per coloro che cercano l’amore di Dio ed il Cielo, scrive Sant’Ignazio, le Indulgenze sono un ricco tesoro e come tante pietre preziose».
Ma fra tutte le pratiche di pietà delle quali dovremmo divenire zelatori e propagandisti, quella del mese di Novembre sembra divenire la più efficace a suffragio delle anime purganti. Un mese intero di continue preghiere, intessuto di continui esercizi di pietà e di opere di suffragio! Quante anime si possono trarre da quel carcere tenebroso! Zeliamo questa ottima e piissima pratica. Non potendo pubblicamente, almeno in privato, in seno alle nostre famiglie, fra i nostri amici e conoscenti procuriamo d’introdurre questa lodevolissima usanza del mese di Novembre, e le anime del Purgatorio ci saranno molto riconoscenti.

Indulgenze per il mese di Novembre
dedicato al suffragio dei fedeli defunti Ai fedeli, i quali per l’intero mese di Novembre ogni giorno o in pubblico o in privato, faranno qualche pio esercizio in suffragio delle anime del Purgatorio, è concessa: Indulgenza di sette anni e altrettante quarantene in ciascun giorno del mese. Indulgenza plenaria una volta nello stesso mese in un giorno ad arbitrio, alle solite condizioni: Confessione, Comunione e visita di una chiesa o pubblico oratorio, secondo l’intenzione del Papa. (Leone XIII, 17 Gennaio 1888).

COMMEMORAZIONE DEI MORTI
La liturgia dei Defunti spiega la sua maggior solennità il giorno dei Morti [2 Novembre].
La Santa Chiesa possiede una particolare liturgia pei defunti: attraverso al dolore ed alle lacrime, fa agli occhi dei fedeli brillare la consolante luce dell’immortalità. La S. Messa ha il primo posto, è come il centro divino al quale tutte le altre preghiere e cerimonie si riferiscono. Il giorno dopo Ognissanti, nella grande solennità dei trapassati, tutti i Sacerdoti devono celebrare il Sacrificio pei defunti, mentre i fedeli si fanno un dovere di assistervi ed offrire la santa Comunione, preghiere, elemosine per sollevare i loro fratelli del Purgatorio. Antichissima è questa festa dei Defunti. Fin dal principio la Chiesa pregò per i suoi figli trapassati: cantava salmi, recitava preghiere, offriva la Santa Messa pel riposo delle loro anime. Non vediamo, però, che vi fosse una festa particolare per raccomandare a Dio tutti i morti in generale. Ma nel secolo X, la Chiesa, sempre diretta dallo Spirito Santo, istituì la Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti, per impegnare i fedeli viventi a compiere colla maggiore cura e fervore il grande dovere della preghiera per i morti, ordinato dalla cristiana carità. La culla di questa commovente solennità fu l’abbazia di Cluny. S. Odilone, che ne era l’abate sulla fine del secolo X, colla sua carità verso il prossimo edificava la Francia. Estendendo sino ai morti la sua compassione, non cessava di pregare e di far pregare per le anime del Purgatorio. Fu questa tenera carità che gli ispirò di stabilire nel suo monastero di Cluny ed in tutte le dipendenze, la festa della Commemorazione di tutti i trapassati. Si crede, dice lo storico Berault, che vi fosse indotto da una celebre rivelazione, poiché in un modo miracoloso Dio si degnò manifestare quanto gli era gradita la divozione di Odilone.

Ecco come il fatto è riferito dagli storici. Mentre il santo Abate governava il suo monastero in Francia, viveva un pio eremita in una piccola isola sulle coste della Sicilia. Un pellegrino francese che ritornava da Gerusalemme, da una tempesta fu gettato su quello scoglio. L’eremita, che andò a visitarlo, gli domandò se conoscesse l’abbazia di Cluny e l’abate Odilone. «Certamente, rispose il pellegrino, li conosco e mi glorio di conoscerli; ma voi come li conoscete? e perché mi fate questa domanda?». «Odo spesso, replicò il solitario, gli spiriti maligni lamentarsi delle pie persone che colle loro preghiere ed elemosine liberano le anime dalle pene che soffrono nell’altra vita; ma particolarmente si lamentano di Odilone, abate di Cluny e dei suoi religiosi. Quando dunque sarete arrivato nella vostra patria, in nome di Dio vi prego ad esortare quel santo abate ed i suoi monaci a raddoppiare le loro buone opere in favore delle povere anime». Il pellegrino si recò all’abbazia di Cluny e fece la sua commissione.

Perciò S. Odilone ordinò che in tutti i monasteri del suo istituto ogni anno si facesse, il giorno dopo Ognissanti, la commemorazione di tutti i fedeli trapassati, recitando, fin dalla vigilia, il vespro dei morti ed il giorno dopo il mattutino, suonando tutte le campane e pei defunti celebrando una messa solenne.

Si conserva ancora il decreto che nell’anno 998 fu fatto a Cluny, tanto per quel monastero quanto per tutti gli altri dipendenti. Ben presto una pratica tanto pia passò ad altre chiese, e dopo qualche tempo si rese pratica universale di tutto il mondo cattolico.

Il papa Benedetto XV conferì maggior solennità a questa commemorazione per i fedeli defunti. Infatti, il 10 Agosto 1915 con una Costituzione Apostolica speciale stabilì: che ogni Sacerdote possa, in tal giorno, celebrare tre SS. Messe, onde più largamente suffragare le anime purganti. Una può venire dal Sacerdote applicata liberamente a chi egli crede; la seconda invece deve venire applicala a tutti in generale i fedeli defunti, onde nessuno venga dimenticato; la terza si deve celebrare secondo la mente del Sommo Pontefice, che come padre e pastore di tutti i fedeli ha tanti figli trapassati da raccomandare alla Divina Misericordia.
A questo scopo Benedetto XV ha pure arricchita la sacra Liturgia delle tre SS. Messe da leggersi in quel giorno ed ha stabilito il prefazio speciale e commovente per i defunti per ogni Messa da requiem.
Nel giorno della Commemorazione dei fedeli defunti tutte le SS. Messe godono dell’altare privilegiato ed hanno perciò annessa l’indulgenza plenaria (Can. 917). È questa una speciale indulgenza plenaria annessa ad un altare, per cui chiunque vi celebra può acquistarla. In tal giorno ogni altare si potrebbe dire privilegiato: in questo senso, che a qualunque altare si celebri si può lucrare l’indul[genza]...

Il Papa Pio X accrebbe ancora divozione a questo santo e pio giorno. Egli concesse che, visitando qualunque chiesa, oratorio pubblico o privato, qualunque cappella, anche del cimitero, o campestre, si può lucrare un’indulgenza plenaria toties quoties. Non è neppure necessario che nella chiesa si conservi il SS. Sacramento; ma l’indulgenza può essere lucrata solo in sollievo delle anime del Purgatorio. Nella visita si recitino sei pater, ave e gloria,o preghiera di durata equivalente, ed adempiere le condizioni solite. Questa è una delle indulgenze più facili: è concessa a tutti, senza bisogno di appartenere a Terzi ordini, Confraternite, Scapolari, ecc.; e le visite si possono fare ovunque.

Nella Storia Sacra si racconta che il giovane Tobia, dovendo andare a Rages per riscuotere un credito del padre suo, fu accompagnato dall’Arcangelo S. Raffaele, ch’egli credeva fosse soltanto un giovane viandante. Durante quel viaggio, l’Arcangelo lo salvò da un grosso pesce, che al fiume Tigri, dov’era disceso per lavarsi, aveva tentato di divorarlo. Poi gli fece trovare una sposa adorna di ogni più bella virtù, andò per lui a riscuotere il debito da Gabelo, e finalmente, dopo averlo condotto sano e salvo a casa, gl’insegnò il rimedio col quale poté liberare dalla cecità il caro suo padre. Il giovane Tobia, pieno di riconoscenza verso di lui, dopo così segnalati benefizi, rivoltosi al padre suo, gli disse: «Padre, che ricompensa daremo noi a quest’uomo, che mi ha ricondotto sano, che mi ha scampato dal pesce, che mi fece trovare una virtuosa moglie, che diede a te il lume degli occhi e che riempì la casa nostra di ogni bene? Che ricompensa gli daremo?».
Tobia, d’accordo col padre, stabilì di dargli la metà delle proprie sostanze. Ma fu allora che l’Arcangelo S. Raffaele si diede a conoscere, ed esortò quella santa famiglia a ringraziare, più di lui, Dio stesso [cf. Tb 12,1-6]. Orbene, quello che fece il giovane Tobia, arrivato al termine del suo viaggio, col padre suo, è quello che faranno le anime quando, per opera nostra, nei nostri suffragi saranno giunte in Paradiso. Dopo avere adorato la maestà di Dio, dopo avere baciato la Croce di Gesù Cristo, dopo avere salutato la Regina del Cielo, Maria, esse, prostrandosi al trono del Padre Celeste, gli diranno: «O Signore, quale ricompensa daremo noi a coloro che ci hanno tanto beneficato? Deh! non tralasciate di dare loro una mercede grande, poiché ben se la meritano!». Ed il Signore risponderà loro: «Io, io stesso sarò la loro ricompensa».
Quei beni che ora voi possedete, saranno pure i beni che possederanno essi un giorno; quella corona che io ora pongo sulla vostra testa, sarà pure la corona che io porrò in capo a loro; quella gloria e quella gioia immortale alla quale voi siete congiunti, è pure quella gloria e quella gioia alla quale giungeranno essi». Sì, questo risponderà Iddio, avendo Egli detto: «Fa’ del bene ad un’anima giusta ed avrai una ricompensa grande» (Sir 15,2), la stessa ricompensa del Cielo.

In seguito ad informazioni degne di fede, l’Unità Cattolica, quando si stampava ancora a Torino, raccontava, alcuni anni or sono, il seguente fatto. Il Prof. Cesare Parrini, uomo di molto merito, faceva da lungo tempo parte della massoneria, e si era pure impegnato nel testamento a non ricevere alcun prete se cadeva ammalato, chiedendo pure che le sue esequie fossero solamente civili.
Avendo riportato molte ferite in un duello, avvisato della gravezza del suo stato, il Parrini fece chiamare il Vicario della Parrocchia, e dinanzi ai testimoni richiesti dal Sacerdote, ritrattò la sua adesione alla setta massonica e tutti i suoi scritti contro la Chiesa e la fede cattolica. Dopo questo ricevette gli ultimi Sacramenti con tali disposizioni che edificarono tutti i presenti, e morì baciando il Crocifisso e dichiarando di riconoscere Gesù Cristo per sua unica speranza e consolazione.
L’Unitàaggiunge che parecchi si sono domandati quale era stata la causa di questa sua conversione in punto di morte. Ecco la spiegazione: Cesare Parrini era stato educato cristianamente e mai aveva dimenticato di recitare ogni giorno il De Profundis per le anime del Purgatorio; di più: amava e rispettava molto la SS. Vergine e serbava una sua immagine nel tavolino da lavoro. Maria, il rifugio dei peccatori, s’è ricordata di lui, e le anime sofferenti gli hanno dimostrato gratitudine per il bene che loro aveva fatto. È veramente un pensiero santo e salutare il pregare per i morti.

PRATICA Corona per i defunti, detta«della misericordia», composta da Pio IX S’incomincia col «Deus, in adiutorium meum intende...»facendosi il segno di Croce. Alla crocetta, si dice il Pater e l’Ave in latino od in italiano e poi ad ogni grano grosso: «O buon Gesù, nostro dolcissimo Redentore, salvateci Voi, a cui niente è impossibile, fuorché il non avere pietà dei peccatori!». Ad ogni grano piccolo: «O Gesù mio, misericordia». Terminata la quarta posta (poiché questa corona non comprende che 40 grani piccoli), si dice il Pater, Ave ed il De Profundis, Prima di aggiungervi le particolari intenzioni, si deve, come sempre, pregare secondo l’intenzione del Sommo Pontefice. 500 giorni ogni volta.

GIACULATORIA: Sacro Cuore di Gesù, deh! arrivi il vostro regno.
300 giorni ogni volta (Pio X, 29 giugno 1906).

FRUTTO
Recitiamo la seguente preghiera:
O voi, fedeli anime / dei defunti in Cristo,
ancora non accolte / nelle sedi dei cieli,
come vorrei offrirvi / aiuto e soccorso
onde possiate salire / alla gloria celeste!
O Gesù clementissimo / Salvatore mirabile,
col tuo sangue redentore / sii mite liberatore;
a queste anime che ti amano / dona la tua benevolenza,
e ad esse che ti supplicano / mostra la tua bontà.
O dolce Madre della grazia / consolatrice degli afflitti,
attenua la violenza della giustizia / e il rigore dei tormenti;
calma la fiamma vorace / e mitiga i dolori,
refrigera l’incendio / e poni fine alle sofferenze.
O fonte della misericordia / e della bontà infinita,
giovino le lacrime dei devoti / contro il fuoco crudele.
Riconosciamo l’inferno / qual luogo della tua giustizia,
ma costoro cantino in eterno / le lodi della tua clemenza.
Amen.

Per i nostri defunti. Del Beato Giacomo Alberione