Il Purgatorio

Capitolo 2-20: Motivi di aiutare le anime: eccellenza di quest'opera. Intimi legami che alle anime ci uniscono.

Motivi di aiutare le anime: eccellenza di quest'opera. Intimi legami che alle anime ci uniscono. - Cimone d'Atene ed il suo padre in prigione. - San Giovanni di Dio che dall'incendio salva gli infermi.




Potenti sono i mezzi, prodigiosi sono gli espedienti, per sollevare le anime purganti; ma ne facciamo noi un uso abbondante? Siamo noi tanto ricchi in carità quanto Dio è ricco in misericordia?, Ohimè! quanti cristiani fanno quasi niente per i defunti! E quelli che non le dimenticano, che hanno tanta carità da aiutarle coi loro suffragi, come spesso lo fanno con poco zelo e poco fervore! Paragonate i soccorsi che si danno agli infermi con quelli che si danno per le anime sofferenti: quando una persona amata è sotto il dolore, quale cura, qual sollecitudine, qual sacrifizio non si mostra per aiutarla! Ma spiegasi lo stesso zelo, per aiutar le anime, e non ci sono meno care, gementi fra i supplizi dell'espiazione?

«No, diceva S. Francesco di Sales, non ci ricordiamo abbastanza dei nostri cari trapassati. Col suono delle campane, sembra perire la loro memoria».

Donde questa triste e colpevole dimenticanza? Principale causa è la mancanza di riflessione: quia nullus est qui recogitat corde (Geremia, XII, 1). Si perdono di vista i grandi motivi che ci spronano ad esercitare la carità verso i defunti. Ed è uno scopo di stimolare il nostro zelo, che richiamiamo questi motivi e ci sforziamo di esporli in tutta la loro luce.

Si può dire che tutti i motivi si riassumono in quelle parole dello Spirito Santo: È un santo e salutar pensiero il pregare pei morti, onde siano liberati dai loro peccati, ossia dalle pene temporali dovute ai loro peccati (Macc., XII, 46). Dapprima è un'opera santa ed eccellente in se stessa, gradita e meritoria agli occhi di Dio. Poi è un'opera salutare, sovranamente vantaggiosa alla nostra salute.

Ma se noi portiamo così alto il merito della preghiera pei morti, in nessun modo devesi dedurne che per questa si abbiano da lasciare tutte le altre opere, giacché tutte le opere buone si devono esercitare a tempo e luogo, secondo le circostanze: abbiamo unicamente in vista di dare una giusta idea della misericordia pei defunti e di farne amare la pratica.

Del resto, le opere di misericordia spirituale, che tendono a salvar le anime, tutte sono ugualmente eccellenti, e non è che sotto certi aspetti che si può mettere l'assistenza ai defunti al di sotto delle opere di zelo per la conversione dei peccatori vivi.

Se per l'estrema loro necessità dobbiamo aiutare le anime, quanto più si fa stringente questo motivo, quando si pensa che quelle anime ci sono unite coi legami più sacri, coi legami del sangue? Sì, nel Purgatorio trovansi anime a noi unite colla più stretta parentela. È un padre, una madre che gemono nei tormenti, e ci tendono le braccia. Che non faremmo pel nostro padre, per la nostra madre, se languissero in un carcere? Un antico ateniese, il celebre Cimone, aveva avuto il dolore di veder cacciato in prigione suo padre da spietati creditori, cui non aveva potuto soddisfare. A colmar la disgrazia, non poté trovare i mezzi necessari per liberarlo, ed il vecchio morì tra i ferri. Desolato, inconsolabile, Cimone corre alla prigione e domanda che almeno gli si dia il corpo di suo padre per seppellirlo. Gli viene rifiutato, sotto pretesto che, non avendo pagato i suoi debiti, non poteva esser reso alla libertà. «Lasciatemi dunque prima seppellire mio padre, esclamò Cimone, e dopo io stesso verrò a prendere il suo posto nella prigione».

Si ammira questo tratto di pietà filiale: ma non dobbiamo noi imitarlo? Non abbiamo forse un padre, una madre nella prigione del Purgatorio? Non dobbiamo forse liberarli a prezzo d'ogni sacrifizio?... Più fortunati di Cimone, noi siamo in istato di pagare i loro debiti; non avremo da prendere il loro posto; per lo contrario, liberarli dalla prigione, è un esentarne noi stessi.

Si ammira la carità di san Giovanni di Dio, che per salvare poveri infermi di mezzo ad un incendio affrontò il furore delle fiamme. Senza altri mezzi che la sua carità e la sua confidenza in Dio, aveva potuto erigere l'Ospedale reale di Granata, ripieno di una moltitudine di vecchi e d'infermi d'ogni genere.

Un giorno, essendosi sviluppato il fuoco in questo ospedale, parecchi infermi stavano per perirvi miseramente. Da tutte le parti li circondavano le fiamme ed impedivano il potersi avvicinare per salvarli. Li vide Giovanni; la sua carità lo infiamma: si lancia in mezzo all'incendio, attraverso il fumo ed il fuoco arriva sino alletto degli infermi, se li carica sulle spalle e l'un dopo l'altro mette al sicuro tutti quegli infelici. Obbligato ad attraversare parecchie volte quel vaste braciere per una intera mezz'ora quanto durò il salvamento, il santo non soffrì la menoma lesione: le fiamme rispettarono la sua persona, le sue vesti e financo il menomo capello della sua testa.

E quelli che salvano non i corpi, ma le anime dalle fiamme del Purgatorio, fanno forse opera meno gradita al Signore? La necessità, le grida ed i gemiti di quelle anime sono forse meno commoventi per un cuore che ha fede? Forse che è più difficile il soccorrerli?

Al certo, noi abbiamo i più facili mezzi per soccorrerle, e Dio non chiede che ci imponiamo grandi pene. Tuttavia la carità delle anime ferventi si spinge fino ai più grandi sacrifizi, fino a condividere i dolori dei loro fratelli del Purgatorio.

Fonte: www.preghiereagesuemaria.it

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