Il Purgatorio

Capitolo 2-15: Sollievo delle anime: la limosina.

Sollievo delle anime: la limosina. - Rabano Mauro ed Edelardo nel monastero di Fulda.




Ci rimane a parlare di un ultimo potentissimo mezzo per sollevare le anime: la limosina. L'angelico dottore San Tommaso al digiuno ed alla preghiera preferisce la limosina, quando si tratta di espiare i falli passati. «L'elemosina, dice egli, possiede la virtù di soddisfare in modo più pieno che non la preghiera, e la preghiera più completamente del digiuno». Perciò grandi servi di Dio e grandi santi la elessero principalmente come mezzo di soccorrere i defunti. Fra questi, possiamo citare Rabano Mauro, primo abate di Fulda nel secolo IX, poscia arcivescovo di Magonza.

L'abate Trittelmo racconta che Rabano faceva distribuire molte limosine per i defunti. Aveva stabilito come regola che, tutte le volte che morisse un religioso, la porzione di lui per trenta giorni venisse distribuita ai poveri, onde per questa limosina fosse sollevata l'anima del defunto. Ora avvenne, nell'anno 830, che il monastero di Fulda fu provato di una specie di contagio, che portò via un gran numero di religiosi. Rabano Mauro chiamò Edelardo, economo del monastero, egli ricordò la regola delle limosine stabilita per i defunti. «Abbiate grande cura, gli disse, perché siano osservate le nostre costituzioni con tutta la fedeltà, e per un mese intero si dia ai poveri il nutrimento destinato ai confratelli che perdemmo».

Edelardo mancava al tempo stesso di obbedienza e di carità. Sotto pretesto che eccessive erano quelle larghezze, e che doveva tener calcolo delle entrate del monastero, ma in realtà perché era dominato da una segreta avarizia, trascurò di fare le prescritte distribuzioni, o non le fece che in modo molto incompleto.

Non era passato un mese, quando una sera, dopo che la comunità si era ritirata, egli attraversava la sala del capitolo, tenendo in mano una lanterna. Qual non fu il suo stupore, quando ad un'ora in cui quella sala doveva esser vuota, vi trovò un gran numero di religiosi. Il suo stupore si cambiò in spavento quando riconobbe i suoi fratelli morti da poco tempo. Lo prese il terrore, un freddo glaciale invase le sue membra e come una statua lo tenne immobile al suo luogo. Allora uno dei morti pigliando la parola gli rivolse terribili rimproveri: «Infelice! gli disse. Perché non distribuisti le limosine che dovevano sollevare le anime dei defunti tuoi fratelli? Perché ci hai privati di questo soccorso fra i tormenti del Purgatorio? Abbi adesso il castigo della tua avarizia: un altro più terribile ti è riservato, quando entro tre giorni alla tua volta comparirai dinanzi a Dio».

A quelle parole Edelardo cadde come colpito dal fulmine, e restò senza moto fino a mezzanotte. Allora fu trovato mezzo morto.

Fu portato nell'infermeria e gli si usarono tutte le cure, che lo fecero ritornare alquanto in sé. Quando poté parlare, con lagrime raccontò il terribile caso. Poscia, avendo aggiunto che doveva morire entro tre giorni, domandò gli ultimi sacramenti, con tutti i segni del più umile pentimento. Li ricevette santamente, e tre giorni dopo spirò fra le preghiere dei suoi confratelli.

Tosto si cantò la messa da morto, e pel defunto si distribuì la sua parte ai poveri. Intanto non era finita la punizione. Edelardo, pallido, sfigurato, comparve al suo abate Rabano, mosso a compassione, gli domandò che doveva fare per lui: «Oh! rispose l'anima sfortunata, ad onta delle preghiere della nostra santa comunità, non posso ottenere la mia grazia prima della liberazione di tutti quelli fra i miei confratelli che la mia avarizia privò del suffragi loro dovuti. Ciò che per me si diede ai poveri non giovò che ad essi, secondo l'ordine della divina giustizia. Vi supplico, o venerato e misericordioso Padre, di far raddoppiare le limosine per loro e per me che sono il meno degno di misericordia».

Rabano Mauro fece perciò grandi limosine, ed era appena passato un mese, quando di nuovo gli comparve Edelardo, ma vestito di bianco, circondato da luminosi raggi, colla gioia dipinta sul viso. Fece al suo pio abate e a tutto il monastero il più vivo ringraziamento per la carità usatagli.

Quanti insegnamenti si hanno da questa storia! Prima di tutto grandissimo si presenta il valore delle limosine pei defunti. Vi si vede in seguito come Dio, anche in questa vita, castiga quelli che per avarizia non temono di privar i morti dei loro suffragi. Qui non parlo degli eredi colpevoli, che trascurano di soddisfare ai pii lasciti loro imposti dal defunto, negligenza che forma una sacrilega ingiustizia; ma dei figli o dei parenti che, per meschini motivi d'interesse, fanno il meno possibile la limosina, senza pietà per l'anima del loro defunto, che lasciano gemere fra i dolorosi supplizi del Purgatorio. E' quella una vera ingratitudine, una durezza di cuore assolutamente contraria alla cristiana carità, e che avrà il suo castigo forse già fin da questo mondo.

Fonte: www.preghiereagesuemaria.it

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