Il Purgatorio

Il Purgatorio nella rivelazione dei santi - Capitolo XVII ELEMOSINE E MORTIFICAZIONE




Un balsamo salutare

Fra tutte le opere di carità evangelica, poche ve n'ha che ci siano con tanta insistenza nella Scrittura raccomandate, quanto l'elemosina. Per mezzo di questa, diceva l'angelo a Tobia, l'uomo si salva dalla morte e trova grazia dinanzi a Dio (Tobia XII, 9). Il nuovo Testamento ne parla con tali espressioni, che par quasi sia promessa ricompensa a quelli soli che praticheranno questa virtù. L'Ecclesiastico dice che come l'acqua spegne il fuoco, così l'elemosina spegne il peccato (Eccli. III, 33). Quindi è che il far l'elemosina coll'intenzione di applicarne il merito alle anime del Purgatorio è lo stesso che versare balsamo salutare sulle piaghe che le divorano. Di più, quest'atto acquista allora doppio merito per chi lo fa quello della carità esercitata verso i poveri e quello del sollievo delle anime purganti; sicchè facendo l'elemosina in questo modo si viene ad acquistare con un atto solo il diritto a un doppio grado di gloria nel cielo. Quest'atto poi contribuisce in due maniere al sollievo dei defunti: primo, col valore soddisfattorio che ha di per sè; secondo, colle preghiere che i poveri cosa beneficati fanno pei loro benefattori, preghiere che Dio ha promesso di esaudire in modo tutto speciale: Desiderium pauperum exaucdivit Dominus (Ps. g, 37). Oltre a ciò l'elemosina è quasi la sola opera che possa essere fatta utilmente per le anime del Purgatorio anche da coloro che per disgrazia vivono in peccato mortale, poichè sebbene non abbia per essi la sua virtù soddisfattoria, non cessa tuttavia dall'avere efficacia, se si consideri che le preghiere del povero beneficato sono profittevoli e a colui che ha fatto l'elemosina per ottenergli la grazia della conversione, e all'anima penante in suffragio della quale l'elemosina è stata fatta, per mitigarne le sofferenze. Non deve quindi stupirci il vedere molte anime pie e molti Santi devoti delle anime del Purgatorio ricorrere a questo mezzo tanto efficace. Era questa l'opera prediletta di S. Gregorio Magno, il quale per sollevare più efficacemente quelle meschine, l'accoppiava sempre all'oblazione del divin Sacrificio, e le numerose apparizioni che ebbe gli rivelarono quanto fosse efficace questa duplice carità. Tale uso invalse poi e divenne legge presso i Benedettini ed in molte famiglie religiose, tanto che, come dicemmo altrove, la regola di S. Benedetto prescrive che quando uno dei monaci passa all'altra vita, venga offerto per trenta giorni in riposo dell'anima sua il santo Sacrificio, e durante questo tempo si distribuisca ai poveri la sua porzione di cibo. Le esortazioni poi dei santi Padri a questo proposito sono incessanti ed assai istruttive. S. Ambrogio dice: Quando la morte v'abbia tolto un figlio o un parente amato, per la cui perdita il vostro dolore è inenarrabile, e vorreste ancora poterlo assistere, consigliare, difendere, senza che però possiate far ciò, pensate allora che nulla v'ha di più efficace e gradito a colui che rimpiangete e che forse avreste voluto lasciar vostro erede, quanto l'assistere i suoi coeredi viventi cioè i poveri, a vantaggio dei quali potete fare quel che avreste voluto dare e fare a pro dell'estinto. Così assistendo nella persona dei poveri la persona da voi perduta, metterete questa più sollecitamente in possesso dei beni eterni, invece di qualche misero bene temporale che avreste potuto lasciargli (S. Ambrogio, Sermo de fide resurrectionis): - Dio volesse che i consigli di questo santo Vescovo fossero fedelmente eseguiti! Le anime dei nostri defunti sarebbero efficacemente sollevate, e seguiterebbero a godere indirettamente di quei beni che loro appartenevano, e cori quell'oro che spesso serve ad alimentare la vanità dei vivi persino in futili dimostrazioni di duolo, quelle povere infelici guadagnerebbero il cielo. O mio Dio, inserite voi nel cuore dei ricchi il sentimento sublime che il povero solo può formare la loro felicità.

Un dotto scrittore suggerisce il consiglio, che noi riteniamo molto utile, che quando un povero batte alla porta della nostra casa, o ci stende la mano per la via, noi fingiamo sia un'anima del Purgatorio, quella per esempio d'uno dei nostri parenti, che si rivolge alla nostra carità e ci prega di non dimenticarla: in tal modo non negheremo l'elemosina e faremo efficacissimo suffragio al defunto che ci è caro. Se questo bellissimo pensiero fosse profondamente scolpito nella nostra mente, i poveri vi guadagnerebbero molto in questo mondo, e le anime del Purgatorio ne trarrebbero immensi vantaggi nell'altro.

I Santi, che sono veri modelli di ogni sorta di buone opere, comprendevano tanto bene queste divine lezioni, che la loro carità arrivava all'eroismo. - Il Padre Magnanti, dell'Oratorio, scrupoloso seguace della povertà verso se stesso, era santamente prodigo quando trattavasi di sollevare con l'elemosina le anime del Purgatorio, alle quali aveva dedicato tutta la sua vita; e ogni anno distribuiva a tal uopo somme immense che vari pii signori, conoscendo la sua carità, facevano passare per le sue mani, e non contento di ciò si faceva mendicante egli stesso per sollecitare elemosine a favore dei defunti. Aveva nella sua stanza una borsa che soleva chiamare il tesoro delle anime, crumena animarum, e che quantunque si colmasse ogni giorno, era tuttavia sempre vuota, tanto che questo povero religioso, il quale al mondo non possedeva nulla, arrivò a distribuire in tal modo nel corso di sua vita elemosine da re, soccorrendo così le membra sofferenti del nostro Salvatore Gesù e in questo mondo e nell'altro (Hist. Congr. Orator., lib. a, cap. ag). - Questo fatto del P. Magnanti ci fa ricordare che fin dal quinto secolo S. Giovanni Crisostomo consigliava ai fedeli di Costantinopoli di tenere sempre una borsetta appesa presso il capezzale, affinchè ogni sera prima d'addormentarsi non dimenticassero di gettarvi una moneta, per darla indi ai poveri, affin di liberare con quell'elemosina qualche anima dalle fiamme del Purgatorio, accumulando in tal modo tesori pel cielo. Coloro poi che si trovassero in povertà e fossero quindi impotenti a soccorrere con elemosine le anime del Purgatorio, non debbono creder per questo di esser dispensati dal farle, ma diano in proporzione della loro povertà, poichè Colui che benedisse l'obolo della vedova, terrà conto della loro buona volontà e dell'offerta, anche meschina, che faranno. Se poi non possono esser generosi di denaro, lo siano del loro tempo e delle loro cure, poichè con una parola di conforto che diranno ad un affitto, con un servigio materiale che a loro poco costerà e che forse gioverà molto al loro prossimo, con un'opera misericordiosa qualunque, potranno ottenere allo stesso modo l'intento; diano l'anima loro, il loro cuore, la loro buona volontà a vantaggio dei propri fratelli. Forse gioveranno meglio di ogni altro il loro simile; perché poveri ancor essi e formati alle dure lezioni della miseria, sapranno con più esperienza assistere e confortare nella sventura. E poi la carità è ingegnosa, più ingegnosa dell'avarizia e della sete di guadagno.

Un povero laico della Compagnia di Gesù, zelantissimo delle anime del Purgatorio, deplorando di non esser sacerdote per poterle suffragare col santo Sacrificio della Messa, e trovandosi d'altro lato senza mezzi e relazioni di sorta che lo mettessero in grado di giovarle in altro modo, ricorse ad una santa astuzia, poichè essendo egli portinaio del convento, ogni volta che vedeva entrare qualche personaggio ricco o potente, gli chiedeva elemosina per le povere anime del Purgatorio, e con una parte delle offerte che così riceveva faceva da alcuni ecclesiastici celebrar Messe pei defunti, erogando l'altra parte a vantaggio dei poveri. Per meglio accrescere poi il tesoro dei suoi fratelli defunti, coltivava presso l'ingresso della casa un giardino pieno di bei fiori, che poi offriva ai visitatori, domandando loro in compenso un'offerta per le anime purganti. Non è a dire come quel buon religioso gioisse nel vedere di giorno in giorno aumentare il suo piccolo tesoro. Giunto a morte fu però ampiamente compensato delle sue premure, poichè le anime da lui liberate e sollevate accorsero al suo letto per assisterlo nell'agonia, e lo condussero senza alcun dubbio in cielo a ricevere la ricompensa della sua ingegnosa carità (Heroes et victimae Societatis Jesu, an. 1656)..

Volete, dice S. Agostino, imparare a trafficar bene e a trarre dal vostro denaro copiosi interessi? Date quel che non potete conservar sempre, affin di ottenere quel che non potete perdere mai. Infatti l'elemosina, oltre ad essere utile per le anime penanti, ha una virtù preservativa tutta speciale per impedire che si cada in Purgatorio o per abbreviare la pena di colui che l'ha fatta, poichè Iddio non si lascia vincer giammai in generosità dalle sue creature, che si mostrarono generose verso le altre. Date e vi sarà dato, è la regola evangelica, ed i fatti ci mostrano la verità di tale efficacia.

S. Pier Damiani narra di un'apparizione avuta da un sacerdote nella chiesa di S. Cecilia in Roma, nella quale vide che mentre in mezzo al tempio, sopra un trono magnifico stava la SS. Vergine circondata da S. Cecilia, da S. Agnese, da S. Agata e da uno stuolo di angeli e di beati, si presentò in mezzo a quel celeste consesso una povera vecchia ricoperta di sordide vesti, e con sulle spalle un ricchissimo mantello, la quale appressandosi al divin trono, e inginocchiandosi e piangendo, scongiurò la Madre di misericordia ad aver pietà dell'anima di Giovanni Patrizi suo benefattore morto di recente, e che stava soffrendo in Purgatorio crudeli tormenti. E poichè la SS. Vergine non sembrava commuoversi a tali parole, la vecchierella ripetè per una seconda e poi per una terza volta la sua domanda, ma sempre invano. Allora invocando maggiormente pietà, con dirotto pianto espose alla Vergine come essendo ella in vita una povera mendicante, che nel cuor dell'inverno, coperta da miserabili cenci, domandava l'elemosina sulla porta della basilica a lei consacrata in Roma, un giorno di grande intemperie essendo entrato in chiesa Giovanni Patrizi, ed avendogli essa in nome della Vergine chiesto la carità, egli toltosi dalle spalle il ricco mantello da cui era ricoperto, volle donarglielo. Supplicava quindi che tanta carità, fatta in nome di lei, meritasse all'infelice Patrizio la sua compassione. A tali parole la Regina delle Vergini, rivolgendo alla supplice uno sguardo d'amore, rispose: - L'anima per la quale tu preghi sarebbe condannata per molto tempo a dure pene per le sue numerose colpe, ma poichè in vita praticò in modo speciale la virtù della carità verso i poveri e la devozione verso di me, voglio usarle misericordia. - E ordinato che le fesse condotto dinanzi Giovanni, eccolo comparire fra una schiera di demoni che lo tenevano incatenato, e, pallido e sfigurato come uomo straziato da acuti dolori, fermarsi davanti al trono della celeste Regina, la quale impose ai demoni di lasciare all'istante il loro prigioniero, affinchè andasse a congiungersi al coro dei beati che la circondavano. Ubbidirono essi, e la visione disparve, insegnando così a quel buon sacerdote il gran merito dell'elemosina e la sua efficacia nel preservare e liberare le anime dal Purgatorio (S. Pier Damiani, opusc. XXXIX, capo 4).

E qui vorremmo fare una riflessione e una proposta che potrebbe essere abbracciata da tante anime generose e pie, le quali sempre pronte a venire in soccorso di tutte le opere buone, non negano mai l'obolo della carità, e vorremmo dir loro: Volete voi ricavare doppio profitto spirituale nell'elargire le vostre elemosine a tanti nobili e svariati scopi? Ebbene, nell'erogare il vostro denaro a pro di questa o quell'opera, formate sempre l'intenzione di suffragare le anime del Purgatorio. Gioverete così alla Chiesa militante e alla purgante, e oltre al conforto e al merito del bene che fate, guadagnerete protettrici nel cielo. Sul quale proposito vogliamo narrare qui un fatto molto commovente.

Un povero vecchio portinaio d'un seminario, durante la sua vita aveva accumulato soldo per soldo, coi suoi risparmi, la somma di 800 franchi; non avendo famiglia a cui lasciarli, li aveva destinati a far celebrare tante Messe in suffragio dell'anima sua quando fosse morto. Un giovane chierico che stava per abbandonare quel seminario per recarsi nelle missioni straniere, ebbe occasione di parlare della sua partenza al povero vecchio, il quale, ispirato da Dio, si decise all'istante di erogare a vantaggio della propagazione della fede il suo piccolo peculio, e preso in disparte il giovane missionario, gli disse che quantunque avesse destinato quella somma per far celebrar tante Messe in suffragio dell'anima propria, preferiva nondimeno di restar dopo morto un po' più di tempo in Purgatorio, purchè il nome di Dio fosse glorificato sulla terra e il Vangelo si dilatasse pel mondo. Il giovane sacerdote, commosso fino alle lacrime a tale offerta, volle rifiutarla, ma l'altro insistette tanto e tanto supplicò, che finalmente dovette cedere. Pochi mesi dopo quel buon vecchio morì, e sebbene nessuna rivelazione sia venuta finora a svelarcelo, ci pare di poter affermare che la sua sorte nell'altra vita sia più che assicurata in forza di quest'atto sì eroico. Il cuore di Gesù, nostro padre, è tanto amabile e generoso, che avrà certo data larga ricompensa a colui che si affidò alle fiamme del Purgatorio perchè il suo santo Nome fosse recato agl'infedeli, e l'avrà voluto in cielo senza indugi, dove contemplerà quel Dio che tanto aveva amato su questa terra.

La mortificazione

Il secondo mezzo per soccorrere le anime del Purgatorio è il digiuno, sotto il qual nome generico si comprendono tutti gli atti di mortificazione interiore ed esteriore, tutto ciò che contraddice la natura, e facendola soffrire, ne doma i malvagi istinti. Non insistiamo sull'efficacia di questa virtù per sollevare le anime purganti, diciamo solo che mentre la preghìera e l'elemosina hanno solo per accidens un carattere penitenziale e soddisfattorio, la mortificazione è l'opera soddisfattoria per eccellenza, è il prezzo di riscatto dei peccati commessi. Questa virtù ci deve stare tanto più a cuore, in quanto che è indispensabile, in un certo grado, alla nostra salvazione. L'oracolo divino ha detto che se non faremo penitenza periremo: Nisi poenitentiam habuentis, omnes simititer peribitis (Luca, 11 3). Mortificare quindi il proprio corpo coll'intenzione di suffragare le anime del Purgatorio è lo stesso che assicurare la propria santificazione e procurare nello stesso tempo efficacemente il sollievo dei poveri defunti. Non è poi questa una costumanza che si sia introdotta ai giorni nostri, ma risale fino agli antichissimi tempi; leggendosi infatti nel primo libro dei Re che gli abitanti di Jabes in Galaad appena ebbero appreso la notizia della morte di Saul e dei suoi tre figli, sorsero tosto, e camminando tutta la notte, presero i corpi dei defunti, e seppellitili, digiunarono per sette giorni (Reg. XXX, 13). Sappiamo bene che la parola mortificazione ripugna agli orecchi delicati degli uomini del nostro secolo, i quali considerandola come un avanzo del medio evo, destinato a scomparire insieme colle altre anticaglie, cercano (e in gran parte vi sono pur troppo riusciti) di bandirla dal seno dei cristiani, fra i quali ormai rarissimi sono quelli che la praticano. Sappiamo che la quaresima è diventata una parola vuota di senso, che il digiuno del venerdì è andato in disuso, e che quei pochi obblighi che restano sono da molti derisi e criticati. Però, siccome di peccati se ne commettono come una volta e forse più, e siccome ogni peccato se non è scontato in questo mondo colla penitenza, dovrà essere poi più rigorosamente scontato nell'altro, se noi non c'incaricheremo di pagare i nostri debiti in questa vita, troveremo grandi e spaventosi conti da saldare nel Purgatorio! Abbiamo, è vero, le indulgenze, ma anche queste sono concesse dalla Chiesa soltanto ai veri penitenti, non potendo essa incoraggiare la tiepidezza dei fedeli, ma solo volendo venire in aiuto di quelli che fanno quanto possono per cancellare le loro colpe. Quindi è necessario ritornare alcun poco alla pratica dell'antica mortificazione se non vogliamo che si accumuli tanto debito e ci si prepari un purgatorio dolorosissimo e lungo. Dirà taluno che dovendo pensare a pagar tanto del nostro, è assai strano esortarci a pagare i debiti altrui, mortificandoci per suffragare le anime del Purgatorio; ma, come dicemmo parlando dell'elemosina, dobbiamo pensare che se noi avremo carità verso i nostri fratelli defunti, pagando i loro debiti, inclineremo Dio, nostro gran creditore, ad usarci misericordia, e in ogni caso il merito delle nostre opere, che è inalienabile, sarà sempre goduto da noi.. Ci siano poi sempre di guida i Santi che ci hanno dato ammirabili esempi di penitenza.

Il beato Francesco da Fabriano, francescano, era solito di offrire a sollievo delle anime purganti tutte le austerità che imponevagli la regola, e tutte le maggiori penitenze che il suo fervore gli suggeriva, sicché nulla riserbando per sè, riposavasi interamente sulla misericordia di Dio pel soddisfacimento dei propri debiti; per rendere poi più accette al Signore le sue penitenze, le univa sempre alle pene patite da Gesù Cristo sulla croce. La sua compassione verso i defunti era sì viva, che non poteva fermare il pensiero sui loro tormenti senza tremare da capo a piedi. Numerose apparizioni di anime da lui liberate gli dimostrarono però quanto la sua carità fosse accetta a Dio.

La beata Caterina da Racconigi, che ricevette da Dio stesso l'ordine di fare mortificazioni in suffragio delle anime del Purgatorio, in una delle sue estasi vide il Salvatore dal cui Cuore usciva abbondante sangue, del quale una parte scendeva sul capo dei peccatori e l'altra sulle anime del Purgatorio. Da ciò comprese di dover praticare la mortificazione per i due grandi scopi della conversione dei peccatori e della liberazione delle anime del Purgatorio. E Iddio benedisse le austerità da lei fatte per la salute dei primi; quanto alle seconde le molte visioni da lei avute la fecero certa che le sue mortificazioni avevano prodotto in Purgatorio frutto non minore che sulla terra.

S. Nicola da Tolentino digiunava spesso a pane ed acqua per le anime del Purgatorio, si martoriava con discipline, e per aver sempre vivo alla mente il pensiero di quelle infelici, portava intorno ai reni una cintura di ferro strettamente serrata, le cui punte gli penetravano profondamente nella carne. Anche a lui apparivano spesso le anime del Purgatorio, come dicemmo altrove, per raccomandarsi ai suoi suffragi o per ringraziarnelo.

In tempi più recenti poi la vener. Maria Francesca del SS. Sacramento diè prova di non minor zelo, digiunando quasi tutto l'anno a pane ed acqua in suffragio de' defunti, lacerando ogni giorno le sue carni con discipline, e non abbandonando mai un aspro cilizio che tormentavala giorno e notte, sicchè perfino quel po' di riposo che per le esigenze della natura concedeva al suo corpo, le si convertiva in una mortificazione. Anche di questa dicemmo altrove come fosse ricompensata della sua eroica carità con innumerevoli apparizioni (Vita della Venerabile, lib. II). Durus est hic serino. Dure sono queste parole, dirà taluno, e troppo straordinari questi esempi, perchè possano essere anche da lungi imitati. Si rassicurino però i deboli, poichè Iddio guarda più alla generosità del cuore che all'atto in se stesso, e senza disciplinarsi ed affievolire le proprie forze e la propria salute, possiamo con piccole astinenze e mortificazioni che ci si possono offrire ogni giorno ed ogni ora, scontare i nostri falli é suffragare quelle povere anime.

Obbedienza e suffragi

A consolazione poi di coloro che vivono sotto obbedienza religiosa, e che non sono liberi della loro volontà, aggiungeremo che facendo essi la volontà dei superiori, tornano a Dio più graditi e soccorrono le anime purganti più efficacemente che se facessero grandi mortificazioni. Su di che riesce molto istruttivo l'esempio di S. Margherita M. Alacoque, la cui generosità spingendola ad eccedere la misura delle sue forze, le superiore erano costrette a sorvegliare e reprimere i suoi passi nel cammino della penitenza. Nondimeno ella le pregava ogni giorno per ottenere il permesso d'infliggersi nuovi tormenti, e grande era la sua desolazione quando glielo negavano. Un giorno in cui aveva avuto licenza di disciplinarsi in suffragio delle anime del Purgatorio, lasciatasi trasportare da soverchio zelo, oltrepassò i limiti dall'obbedienza concessile; ed ecco le anime del Purgatorio circondarla, e gemendo lamentarsi con lei perchè le angosciava invece di sollevarle; in tal modo volle mostrarle il Signore che l'obbedienza è la più bella mortificazione per una persona religiosa, e ch'ei non accetta tutto ciò che vien fatto in contrarietà di essa. Del resto chi voglia essere esatto nel praticare la regola, trova in comunità molte occasioni di mortificazione. Diceva S. Giov. Berchmans che la sua penitenza maggiore era quella della vita comune, e un santo religioso paragonava la vita monastica, quando sia severamente praticata, ad un martirio più penoso del martirio di sangue, a cagione della sua durata, e però assai meritorio ed efficace a preservarci dal Purgatorio.

Nel convento delle Domenicane di Vercelli, dove era superiora la beata Emilia, v'era fra le altre una prescrizione della regola che vietava di bere fra un pasto e l'altro senza permesso della superiora, la quale però lo concedeva rarissimamente, eccitando le consorelle a questo piccolo sacrificio in memoria della sete che Gesù patì sul Calvario. Una monaca, Cecilia Avogadro, andata un giorno da lei per chiederle il permesso di bere, ne ebbe il solito divieto, al quale sebbene arsa dalla sete, non mancò di uniformarsi. Ne fu però ben ricompensata, poichè morta poche settimane dopo, in capo a tre giorni apparve tutta raggiante di gloria alla superiora, ringraziandola di averla indotta a quella mortificazione, in forza della quale era stato di molto abbreviato il suo purgatorio, che avrebbe dovuto essere invece di lunga durata a motivo del troppo affetto da lei portato ai proprii parenti (Diario Dommicano, 3 Marzo).

Quelli poi che vivono nel secolo possono allo stesso modo preservare l'anima loro dalle pene del Purgatorio accettando con rassegnazione e senza lamenti le croci che a Dio piace mandare. Ma purtroppo son rari quelli che sanno profittare delle contrarietà della vita, spesso le tribolazioni che Dio ci manda per fornirci occasione di merito, non servono che ad aumentare i nostri debiti. Sottomettiamoci invece con piacere ed ilarità al peso della croce, e quando le afflizioni ci opprimono, e sentiamo lo spirito nostro triste fino alla morte, specchiamoci nel divino Modello, offriamo al Padre celeste la nostra angoscia, pensiamo che siamo predestinati, e sopportiamo tutto per le anime che ci son care e che gemono in Purgatorio; soffriamo pel nostro prossimo, pei nostri amici ed anche pei nemici, che in mezzo a quelle fiamme si raccomandano ai loro fratelli viventi.

Fonte: www.preghiereagesuemaria.it

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